sabato 8 marzo 2025

CUBA


Una mia domanda di troppo e senza volerlo produco una scintilla di innesco.

L'olandese rampante, con cui ceno, risponde sentenziando solenne:

- He who can buy peace wins the war! (Vince la guerra chi può comprarsi la pace)!

    - Questo lo dice, con aria da bullo, il Presidente di turno, ma non si compra la pace vendendo le armi!

- My dear, think: a million is a second, billions are years. Do you understand the difference? (Mia cara pensaci bene: un milione è un secondo, bilioni sono anni! Comprendi la differenza?

    - Non puoi comprare persino il tempo o la vita!

- Oh yes, if you own a chalet in Arabia Saudita! (Oh sì se possiedi uno chalet in Arabia Saudita!).

Mi azzittisco ma dentro piango, mentre sgranocchio le chele d'un granchio.

In lui la risata spavalda impazza, mentre inzuppa il suo pane nella mia tazza.

Era una perfetta giornata d'estate nel paradiso del Belize,

gli Alisei concedevano una pausa per attraversare verso Nord il mar del Caribe.

- Are you excited for the trip to Cuba? (Sei eccitata per il viaggio a Cuba?) 

Lo dice con aria di sfida e un certo sarcasmo.

    - E certo perchè se, come te, non sono nazista, sono per forza comunista!

Già lo sapevo quanto potente possa essere un pensiero duale.

Ma avevo per un istante dimenticato che se gli dai corpo e vita, la sua furia torna indietro una volta che è partita!

E così noi siamo già salpati quando quella finestra aperta su Cuba, magico corridoio di vento a favore,

sbatte all'improvviso le sue porte e si mette contro con tutto il suo furore.

I venti d'Europa rompono la bolla equatoriale e saettano da Est

sanguigni e violenti

Ci aspettano i nostri amici Ros e Lello a Cuba e resistiamo, per loro, una notte e un giorno, doloranti e pazienti.

Il mare ribolle

Non comprendi da dove colpirà l'onda

Chi non lo sperimenta, non lo sa 

E' un po come  vivere costantemente su un tagadà.

Che senso ha avuto sbranarsi a vicenda, Russia, Europa America e Ucraina, Israele e Palestina, così come succhiarsi un povero granchio?

Finalmente provo un enorme dispiacere per tutte le guerre e dolorosamente piango

Ma non siamo stanchi di lanciarci saette?

Chiedo una preghiera perchè finisca la burrasca, 

ma nella notte prego per l'amore e la cura delle ferite

Non importa punire chi le ha inferte

Basta curarle finchè non son guarite.

Infine la tempesta si dissolve, il cielo torna chiaro

I pensieri sono di pace

e si riflettono nei voli di una Sula bianca e di una rondinella sagace.

Ma non ce l'abbiamo ancora fatta: Cuba è sempre lontana

non è la meta finale,

non è il ritorno alla nostra tana.

Forse è per questo o più di tutto per l'ultima parola non detta

per aver lasciato la presa su una miccia già accesa

che ho scoperto

lo stupore della RESA

Una parola che suona strana

Lì per lì sembra frustrante

Un taglio doloroso al proprio orgoglio

sa di amaro come una sconfitta

E' questione di ore

si arrende prima il motore

poi svalvola e si infiamma l'alternatore

Quella dolorosa e sforzata resistenza

diventa un piacevole abbandono ai flussi dell'esistenza

Dolcemente s'alza un venticello leggero

 che piano piano ci riporta indietro

Non siamo arrivati alla meta, è vero!

Ma ora veleggiamo verso un porto sicuro liberi e senza sforzo

Con la serenità sul viso

di chi 

per una volta

questo o quello

non l'ha deciso

Valentina 

PS: una mimosa per la pace a tutti i Presidenti e ai tanti  olandesi rampanti




sabato 10 febbraio 2024

Il nuovo Mondo: Cartagena de Indias


L’odore che sento non è solo profumo di terra, è odore di casa! E se anche l’orizzonte assume un profilo mai visto e nemmeno immaginato, quel profumo di terra umida e timo mi danno l’illusione di essere in un luogo familiare.

Per evitare i venti di accelerata da dirupi di esagerate altezze, dobbiamo accostare il più possibile verso Santa Marta, anche se questo comporterà entrare nel suo golfo e modificare la rotta di 90 gradi. 

Il sole, salendo, pur invisibile ancora dietro l’orizzonte, fa evaporare velocemente la foschia inondandoci ora di un odore diverso. Di terra arsa e salsedine.

Le onde avvicinandosi alla poppa sembrano frangenti, le sento arrivare da dietro con un fragore rovinoso, ma poi trovano quasi sempre il modo di incunearsi sotto la poppa arrotondata del veliero sollevandolo sulla cresta e sospingendolo veloce verso questa terra sconosciuta.

Il primo raggio di sole si fa strada tra grosse nuvole basse e così, improvvisamente già alto, mi acceca. Riaprendo gli occhi i suoi raggi illuminano le torri bianche di una città sconosciuta.


Luccicano a Est i profili lucenti e candidi di queste spade d’acciaio puntate verso il cielo, come a dissuadere invidiosi e avidi conquistatori di tempi passati e presenti.

Non ci fermiamo, nonostante scogliere e città siano bellissime!

Siamo diretti più a Sud a Cartagena de Indias. Per noi è davvero come atterrare su un pianeta sconosciuto, non abbiamo coordinate, racconti, guide o portolani. Sentiamo solo un’attrazione verso il suo centro gravitazionale, è più una tensione, che ci sospinge, nostro malgrado, verso il caos, verso un turbinio di destini le cui fila sembrano lasciate a briglia sciolta e annodate tra loro senza possibilità di districarsi, e noi, senza sapere come, ci  imbrigliamo dentro e come cavalli imbizzarriti continuiamo a correre, trascinando rumorosamente, tra onde scoscese, il nostro carro del mare.

Tra Santa Marta e Cartagena incontriamo il tratto di navigazione più diffcile fino ad ora: onde molto alte che si frangono da tutte le direzioni, una forte corrente che spinge verso gli scogli a terra, da cui diventa difficile stare alla larga, grossi detriti vomitati in mare dalla Magdalena, il primo dei grossi fiumi che dalla foresta pluviale sfociano in questo mare fangoso.

Noi abbiamo incontrato solo tronchi giganteschi ma si narra, tra i navigatori, che a volte la Magdalena trascini in mare auto, container e addirittura una volta uno scuola bus.

Il tratto della foce, come se non bastasse, è anche pieno di secche insidiose, che si spostano con le stagioni e le boe segnaletiche non sono sempre funzionanti.

Alfredo ha fatto di tutto per arrivarci con la luce, ma ci siamo accostati proprio all’ora dell’imbrunire e a lui è toccato guadare questa immensa foce nella più totale oscurità, aiutandosi ogni tanto con il grosso faro costruito, per le stesse ragioni, a Capo Verde.


É stata dura raggiungere la Baia di Cartagena, tanto che quando le autorità ci hanno suggerito per radio di circumnavigare l’intera isola di Boca Grande, anziché entrare dritti nella baia della città, essendo un percorso più sicuro per via della presenza di secche, non ce lo siamo fatto ripetere due volte e abbiamo optato per il perimetro di tutta la vasta area insulare antistante la città.

Entrando nella baia di Cartagena è subito evidente il cambiamento di mondi: dalle piccole paradisiache isole caraibiche ad una terra complessa, estrema, difficile molto lontana anche dalla nostra Europa che pure qui ha costruito mura, castelli, cattedrali, palazzi e piccole case coloniali, tagliato foreste, costruito flotte navali, bruciato streghe e sciamani con la più feroce delle sacre inquisizioni. 

Sciamani e sciamane della foresta che, sacrificando animali, celebravano complesse cerimonie e rituali per propiziarsi gli elementi naturali considerati divina espressione di un’intelligenza immanente e interconnessa, giudicati e messi al rogo da più moderne religioni i cui opulenti officianti, sacrificavano donne e uomini sull’altare  di solenni processi, per accaparrarsi quegli stessi elementi naturali considerati mondana espressione di ricchezza e potere da offrire a un dio sovrano universale, creatore di cielo e terra.

Questo cruento incontro tra mondi  lo si può vedere ancora nella commistione dei tratti somatici delle

persone che passandoti davanti mostrano nei loro corpi tutti gli infiniti incroci razziali di cui è capace il pianeta Terra: dai connotati tipici dell’Africa nera, risalenti agli schiavi deportati qui dagli spagnoli, passando attraverso i campesinos dei villaggi e gli arborigeni andini, a visi tipici delle vette Himalayane, passando per le impronte ispaniche e per finire alle bionde altezze franco-anglofone.

Poi piano piano iniziamo a conoscere quei volti e dargli un nome e talvolta una storia. 

Il primo è un uomo canadese di lingua francese, Andrè, con due occhi celesti che brillano incassati tra le rughe abbronzate di chi vive sul mare. Fa il marinaio su un catamarano di una coppia di Sudafricani e vedendo il nostro fuoribordo che arranca ad accendersi, si propone a noi come meccanico.

Ci racconta della sua barca e della speranza che ancora nutre di liberarla un giorno da un assurdo sequestro. Aveva iniziato a lavorare con la sua barca a vela, insieme alla moglie italiana, Donatella, portando i turisti dal centro città all’isola di Barù per una giornata o un week-end. Forse ha pestato i piedi ai barcaioli locali, o forse non ha sufficientemente unto la polizia del posto. Fatto sta che in uno di questi viaggi, un gruppo di turisti americani porta a bordo della cocaina e la polizia, fermata l’imbarcazione, a colpo sicuro, la trova incolpando di tutto il comandante, nonché armatore. Non avendo pagato nemmeno questa volta chi di dovere, ma essendosi affidato alla giustizia, si è ritrovato in galera per traffico di droga e con la barca sequestrata.


Adesso è libero sotto cauzione in attesa che si svolga il suo processo, impantanato a causa del covid e del continuo cambiamento di gudici e da ripetuti e ingiustificati rinvii.

Ci è sembrata assurda come storia e non gli abbiamo creduto fino in fondo, pensando che, magari, un po' in difetto fosse anche lui.

Ma poi circa un mese dopo, Pablo, venditore afro-colombiano di sigari cubani di contrabbando, sapendo che viviamo a bordo di una barca, ci ha messo in guardia raccontandoci la storia di un francese, ormai famoso a Cartagena, vittima di una “trampa”, ovvero incastrato dalla polizia locale per non aver pagato la doverosa tangente. Insomma sembra che lo sappiano tutti a Cartagena che il povero Andrè sia stato incastrato dalla polizia corrotta di questa città di due milioni di abitanti.

Nicolle di professione agente per il disbrigo di pratiche di immigrazione è una donna giovane


tracagnotta dai tratti somatici ispanico-andini e ha il suo ufficio mobile tra i tavolini del bar antistante i pontili del marina per barche da diporto. Lei mi racconta che la situazione delle donne in Colombia è migliorata molto. Adesso quasi tutte lavorano. Anche lei è indipendente e vive bene, da single, senza un capo famiglia che decida per lei.

Mi rassicura che non è pericoloso per me, non più che per Alfredo per lo meno, passeggiare anche di sera nei quartieri centrali. La sento entusiasta della sua vita e del suo lavoro. Si rabbuia solo quando il discorso verte sulle manifestazioni che in questi giorni stanno mettendo a ferro e fuoco le principali città colombiane Kali, Medellin, Bogotà e anche Cartagena.
La gente è stremata perché l’economia è stata bloccata per un anno e mezzo anche qui per  arginare la pandemia di Covid, peraltro inutilmente.
Sempre più persone sono velocemente precipitate sotto la soglia della povertà e, guidate da sindacalisti, professori universitari, avvocati che difendono i diritti umani, sono scesi in piazza a protestare. Purtroppo, ci raccnta Nicolle, lo stato occulto, che comanda squadroni di paramilitari, ha reagito colpendo in modo infame la classe media, gli idealisti, coloro che credono e divulgano idee di più equa ripartizione delle risorse. Ogni giorno alla radio sentiamo notizie di persone scomparse. Due giorni fa era scomparso Alvaro, impiegato, aveva jeans chiari e camicia scura. Oggi è stata trovata la sua auto aperta e con le chiavi ancora sul cruscotto. La moglie, Maria chiede a chiunque sappia qualcosa di darle notizie.

Anche le strade sono piene di foto di persone scomparse. Ma nessuno sembra sapere niente. Nicolle è preoccupata per un suo caro amico di Kali, desaparesido già da dieci giorni. Per lei non tornerà più nessuno, perché li torturano e uccidono.

La gente si arrabbia di più e le manifestazioni sono sempre meno pacifiche.

Alfredo si è trovato coinvolto in una di queste mentre era in taxi e cercava di raggiungere un cantiere per prendere informazioni per il ricovero di Gyziana.

Il tassista ha iniziato a sudare freddo e ha cercato di scappare dall’imbuto in cui suo malgrado si era infilato: ha corso in retro marcia, ma anche la via di fuga era ostruita dalle fiamme. Poi è riuscito a svoltare in una laterale e a fuggire dal delirio di spari, urla e lacrimogeni.

Nicolle ha ragione, qui le persone non spariscono sono brutalmente ammazzate.

 Cartagena De Indias, 21 maggio 2021

To be continued….


martedì 10 agosto 2021

Coppia Regione Puglia-ASL Lecce vince Medaglia di Fango al "giogo" del Rimpallo

 


E  mentre gli italiani resistono all’Italia che affonda  e con determinazione, altruismo e dedizione ci regalano la Coppa europea, il secondo posto a Wimbledon, il  record mondiale dei 100 metri  ed importanti Medaglie Olimpiche….

l’Italia dei politici e dei Burocrati pelati, grigi e indolenti, che fa?

Si aggiudica la medaglia di fango al Giogo del Rimpallo!

Questa storia probabilmente non la leggerà nessuno, ma la scrivo lo stesso come sfogo personale e nel tentativo di dare voce ai milioni di persone che affrontano ogni giorno i muri di gomma della burocrazia digitale italiana, sapendo che molti di loro sono anziani, sono malati, sono soli, non conoscono leggi, circolari e prassi tutte nostrane.

È aprile 2021 siamo un gruppo di cittadini Italiani all’estero, nelle più efficienti Olanda e Francia d’oltre oceano e abbiamo l’immensa fortuna di ottenere in tempi record il vaccino contro il Covid. Io ho 48 anni e nel mio stesso giorno in Italia vaccinano mia nonna 98 enne.

Gli olandesi ci rilasciano un certificato che contiene già tutti gli estremi per essere riconosciuto in Europa: è tradotto in inglese, reca i nostri dati identificativi, il numero di lotto del vaccino e il tipo di farmaco, approvato dall’EMA.

Penso che sarà semplice una volta tornata nel mio amato paese ottenerne il riconoscimento.

Ma non è così. O meglio non è così per tutti.

Io  e il mio compagno veniamo  trasformati in una pallina da ping pong nella sfida a Rimpallo, che la coppia Regione Pugia-ASL Lecce vince superando qualsiasi record umano.

 Inizia il Ministero della sanità che con un rovescio eccellente ci indirizza alla Regione  Puglia. Ci scrivono che sì il nostro certificato olandese  è assolutamente valido e che la Regione Puglia è competente a legalizzarlo ai fini del green pass.

La Regione risponde con un dritto: “certamente è valido; ma compete al Ministero. Il Ministero ribatte: “la vostra Asl di competenza, Ufficio prevenzione deve inserire in banca dati il vostro certificato”.

Sono orgogliosa del mio Stato e della mia Regione. Con due telefonate e due email è già tutto risolto. Del resto la mia amica Vaifra  in Emilia Romagna, vaccinata in Martinica, ha già il green pass e la nostra amica Cecilia italiana residente in Germania, vaccinata con noi in Bonaire- Olanda ha ottenuto subito il green pass in farmacia. Mi rallegro che la Puglia non sia da meno.

Ma …mai dire gatto, finchè non ce l’hai nel sacco.

Ci presentiamo in ASL Ufficio Prevenzione, via don Minzoni e qui sono eccezionali: rimpallano senza tregua e  senza mai far toccare la palla al suolo. L’usciere ci da il biglietto alla fila giusta, che ci rimanda al primo piano, che ci spedisce alla porta accanto dell’omino vestito di grigio, che dopo aver parlato con la moglie, l’amico del calcetto  e chi sa chi altri ci rimpalla al corridoio accanto, che ci rimanda al piano superiore dal funzionario  che sta prendendo il caffè, ma che poi incontriamo sulle scale e ci manda all’Urp ma l’Urp è solo un cartello che ti fa girare in tondo in un labirintico corridoio di piazza Bottazzi, finchè non si palesa essere una semplice mail, che  con un tiro lungo ci rispedisce al Ministero. Sono le 12:00 la palla ora può toccare il terreno, perché tutti chiudono al pubblico, le linee magicamente cadono, i telefoni squillano a vuoto, alle email nessuno risponde.

E va avanti così per tre giorni, con 45 gradi, perché l’aria condizionata fuori dalle porte non c’è e l’uscio di questi uffici non lo varchiamo nemmeno.

Poi dai caraibi, Luca, un amico apprende dalla sua regione il Friuli Venezia Giulia, che il Ministero della Sanità ha emanato una circolare in base alla quale risulta per iscritto competente l’ASL di Residenza, per gli italiani vaccinati all’estero. Questa circolare detta tutti i criteri, adesso non potranno ignorarci ancora!!!!

Bene. Si ricomincia: ASL, Ministero, Regione, ASL, via telefono, via email, poi uffici e telefono. Alla fine del gioco risulta che la Regione Puglia non ha emanato le modalità in base alle quali gli Uffici Asl Lecce potranno inserire il nostro certificato.

Conclusione: al Cinema del Comune di Lecce mi hanno fatto entrare solo perché ho ruggito e azzannato il povero ragazzo 21 enne che, trasformato, suo malgrado, in ufficiale autenticatore di green pass, aveva ricevuto il dictat di non far entrare persone senza il QR code; sono stata presa ad una scuola di eccellenza in Spagna che vuole il green pass e il vaccino….. gli andrà bene se glieli presento separatamente? In aereo mi faranno entrare o dovrò fare anche il tampone? A quale numero verde di quale ufficio mi dovrò rivolgere per lavorare,  esercitare i miei diritti e le mie libertà?

Ma questi uomini  grigi e queste donnine tutte imbellettate e insipide anzicchè parlare al telefono dei fatti loro e zuccherarsi per ore il caffè davanti ad una triste macchinetta, non sarebbero più felici e belli se facessero bene il loro lavoro e facilitassero la vita degli altri,? Non dico la mia, ma almeno delle persone anziane che fanno la coda al sole, delle donne incinte, delle persone che hanno difficoltà ad usare Internet?

Quanta rabbia e tristezza inutili vengono generate quando  la piattaforma “pago pa” non funziona, perché non funziona mai! Quando lo spid non apre tutte i cassetti che dovrebbe aprire, quando con la tua Carta d’identità elettronica  chiedi un certificato, ma non ti arriva, e quando dopo che hai prenotato la tua visita medica con lo SPID devi comunque chiamare il CUP per confermarla?

Oggi è san Lorenzo non cadranno palline da tennis né circolari, né green-pass, ma cadranno le stelle e allora visto che non posso entrare da nessuna parte, senza ruggire e azzannare me ne sto in spiaggia a esprimere  i miei desideri:


che crescano i capelli a tutti i  funzionari che si prendono a cuore gli utenti,

che possano vivere a lungo tutti gli informatici che faranno funzionare un sito italiano, come uno olandese;

che passino tante giornate felici per quanti problemi risolveranno gli addetti ai numeri verdi

che ottengano tutti i like che desiderano i politici che emaneranno norme semplici e  utili a vivere le proprie libertà e i diritti (va bene anche se le copiano dalle regioni o stati più efficienti);

che abbiano labbra carnose e pelle liscia tutte le funzionarie che accetteranno di far accomodare nel loro ufficio un utente affaticato e accaldato,

che tutti coloro che non trovano soddisfazione ai loro sacrosanti diritti, possano vivere in posti meravigliosi dove tutti questi “gioghi” non sono mai stati inventati, felici soddisfatti e contenti

Valentina

venerdì 16 aprile 2021

BONAIRE

Isola di Bonaire, Antille olandesi, arrivati all' alba, stanchi, dopo 4 giorni e 4 notti di navigazione.

Una voce femminile alla radio ci dice di accostare a dritta lungo il dock del gasolio ma ce lo comunica in 4 lingue diverse, usandole contemporaneamente! Già solo questo sarebbe bastato a farci intuire qualcosa sui simpaticissimi abitanti dell' isola. Accostiamo al pontile alle 7 circa e ad accoglierci troviamo soltanto 5 soggettoni che ascoltano musica da balera ispanica degna del peggiore bar di Caracas, fermi immobili che ci osservavano senza muoversi. Metto un piede al di la della falchetta per sbarcare e ci viene incontro, staccandosi dal gruppo, con aria di strafottenza (le mancava solo un grosso sigaro in bocca) la prima delle 5 iguane del comitato d'accoglienza. Le si leggeva in faccia: “Chi è che osa rompere i coglioni alle 7 del mattino mentre arrivano i primi ghiotti raggi di sole”!? Dopo una trentina di secondi buoni, il capo richiama la milizia e spariscono tutti dietro la staccionata, lasciandoci soli con la musica.


Mentre mi volto a guardare esterrefatto Valentina si avvicinano gli umani veri con la tipica velocità caraibica a prendere le cime con tutta calma indipendentemente dal fatto che soffino 25 nodi o 5 di vento.

Una volta nell' ufficio del Marina riesco a dare un volto alla voce della radio, è Marvis, una evanescente indigena che mi parla con la stessa lingua della radio, un mix tra i Minions, gli Umpalumpa della “Fabbrica di cioccolato” ed il monaco eretico del “Nome della rosa”. Scopriremo dopo che si tratta della lingua locale, il papamiento composto da Spagnolo, Portoghese, Olandese e Arawak, non sembra vero ma si capisce tutto o quasi.

Per strada vedremo poi cartelli del tipo: BON BINI' NA BONAIRE; grazie si dice DANKI DANKI, ci vediamo TE ORO e anche se parli in dialetto ci si capisce. Bene è deciso: questa' isola ci piace!

Chiaramente noi non parliamo il papamiento e capita spesso di comunicare in inglese che qui si apprezza comunque; come quella volta che entrando in un negozio chiesi di poter comprare della verdura ed un rotolo di carta sfoggiando il mio miglior inglese e per tutta risposta mi sento dire: “But do you speak English”? facendomi crollare in un nanosecondo tutta la mia autostima-linguistica. Le persone qui sono così, genuine e simpatiche come la lingua che parlano.


Ogni tanto si vede qualche ragazzotto locale che va dietro alle olandesine in vacanza rosolate dal sole con apprezzamenti fischiettati o per dirla con un neologismo facendo catcalling! Una cosa che mi ricorda l 'infanzia, da buon paesano quale sono!

Ma non è tutto oro quel che luccica, abbiamo notato ahimè molta insofferenza dei locali nei confronti dello “sporco colonizzatore olandese” che effettivamente, come succede nella maggior parte delle isole caraibiche “occupate” non lascia molto spazio agli autoctoni economicamente e socialmente parlando per cui non è difficile imbattersi in cartelli del tipo: “stop dutch apartheid” oppure “no mas manipulashon”.


Vero è che gli stessi olandesi con il loro spirito marziale, la loro maniacale osservanza delle regole e il loro esagerato senso del dovere hanno permesso, con l'istituzione di parchi marini, divieto di ancoraggio e costante controllo del territorio, la conservazione pressoché intatta della natura: un vero e proprio paradiso terrestre tra flora e fauna.


Certo, questo smisurato senso civico arriva al paradosso quando, durante uno dei tantissimi lockdown pandemici, arrivano a chiederci di scegliere il gusto del gelato attraverso un numero di whatsapp che lo stesso gelataio ci evidenzia attraverso il vetro anzicchè guardare il nostro ditino che indica la vaschetta prescelta!

Chiaramente abbiamo optato per una gelateria un po' più... italiana!

sabato 26 dicembre 2020

Filastrocca dell'ora che scocca



Navighiamo costeggiando la montagna
Senza proferire ancora una parola
L'acqua è immobile che ristagna
Rispecchiando i ciuffi rosa dell'aurora.


Il cielo impazzisce di colori
Squarciati da un sussulto di spavento:
Siamo troppo vicini alla roccia, fremono i cuori
Tu cadi morto sul pavimento



Ci risvegliamo come da un sogno
E' troppo tardi per qualsiasi manovra a vela
Di calde lacrime ci sarebbe bisogno
Ma c'è da tener rotta e dovrà sbattere la tela.
                                                                
Si apre alla vista una profonda rada
Sembra la Grecia verde di foreste
E' Rond Island tra Carriacou e Grenada
Piena di correnti e di quel suo mar celeste
  
E' un buon posto, penso, per alzarsi da quel pavimento.



E allora inizio  a nuotare seguendo un pesce azzurro 
Riconosco la tua smorfia nel profilo di un "caurro"
poi mi perdo nei blu chiari
rincorrendo le farfalle dei fondali.

                    Resisto finchè posso                 
Incontro un grosso pesce rosso
Finchè nel ritornare a galla si schiude finalmente il cuore
e non so più se sono lacrime, acqua di mare o grumi di dolore.



Sono a St George  il giorno del funerale 
Una città lontana di muri colorati e vecchi
Mi ritrovo attonita e sconvolta a passeggiare
Mentre al porto attraccano i pescherecci


Mi seggo all'ombra davanti al molo
Stordita dal caldo e stanca
Si siede al mio fianco un uomo solo
con una croce semplice di legno bianca



Con un pennello a inchiostro nero
Dipinge senza guardare l'orologio
Con la malinconia dell'artigiano vero
Una frase d'amore come necrologio


Non è più solido l'Universo dello spazio tempo!
Ancora un sussulto ma più di 
gioia che di spavento
E non so più se sono morta io 
e tu, come in un sogno, me lo stai dicendo
O sei partito tu e io lentamente ti sto raggiungendo



domenica 1 novembre 2020

Una chiaccherata con Valentina e Alfredo


Questa volta, invece di un racconto postiamo una simpatica intervista che ci ha fatto Giampaolo, un nostro amico velista, sul suo canale youtube "Sailing italian style". Buona visione:

https://youtu.be/-BceWNHYWWg



giovedì 27 agosto 2020

Au Revoir!


Non credevo che un abbraccio vietato  potesse generare poesia.

Istintivamente ci si slancia l'uno verso l'altro ma ci si deve  trattenere. Per incanto però ci si riesce a toccare senza sfiorarsi e la partenza non può mettere più distanze tra  noi.

E' stato più o meno così salutare Giorgio e Gisella e dare la poppa alla Martinica.

Sei volte la luna piena si è riflessa sul loro sassofono e sulle acque dell'isola e con altrettanti rintocchi ha scandito il tempo ed illuminato una via, mentre il mondo nella notte dormiva sonni agitati.

Martinica sarebbe stata solo una spiaggia bianca contornata di palme e fiori, vista tante volte nelle cartoline. Ma è accaduto che il mondo si sia stretto su se stesso chiudendosi in angusti confini, proteggendosi non più da bestie feroci o da eserciti in guerra, né da uomini in fuga dalla fame, ma da microscopici e mortali virus.

In mezzo ai confini chiusi siamo rimasti noi, a dondolare attaccati ad un'ancora, pronti a fuggire dagli uragani.

Eppure ho viaggiato di più percorrendo a nuoto una sola baia che unendo le miglia di navigazione per arrivare fin qui attraversando un Oceano. 

Ho scoperto ogni giorno un nuovo mondo tra le pieghe di uno scoglio. 


Ho imparato a respirare con la bocca, prendere molto fiato e trattenerlo dimenticandomi della necessità dell'aria, per restare più a lungo possibile nel mondo di sotto.

Sono servite sei lune per vedere fino in fondo quanta bellezza e pace si possono nascondere sotto i nostri piedi e capire quanto siano importanti e fragili.

Distratti da tanti falsi bisogni e confusi tra urla di paura e rabbia non ci accorgiamo che il paradiso è intorno a noi.

Io l'ho riconosciuto nelle stelline blu-fluorescenti delle damigelle di mare, nei piumaggi dei lion fish,  negli occhioni dolci dei pesci rossi, nell'eleganza delle murene, nell'incanto di un enorme pesce palla nascosto tra le rocce e nella sinuosità dei serpenti di mare.

Poi anche loro hanno iniziato a fidarsi di noi, a nuotarci intorno senza paura e improvvisamente sono diventati migliaia e ci hanno mostrato tutti i loro sfavillanti colori.


Si sono accesi i pois dei pesci balestra, il blu elettrico  dei pesci trombetta, si sono avvicinate enormi tartarughe e sono arrivati a deporre le uova i variopinti pesci pappagallo.

Nel silenzio del loro mondo, fatto di anemoni e coralli, si è finalmente sciolto il chiasso del mio.

E tutto questo non l'avrei visto, perchè stavo già andando via per cercarlo altrove!

Ho capito che la bellezza è ovunque, ma è più facile ucciderla che notarla. 

Quante volte l'abbiamo divorata in un all you can eat, o  fotografata come trofeo di caccia, intrappolata in un selfie, consumata e dimenticata come un giocattolo usato.

Perchè ci affanniamo a rincorrere i tempi della giungla di auto, dell'aria avvelenata, degli assordanti insulti e parole aggressive diffuse via cavo, via etere, blutooth o WiFi?

Perchè tutta questa fretta?! 


Allora quasi quasi mi fermo ancora un po' da queste parti a respirare aria con la bocca, perchè non so ancora se è più difficile affrontare un uragano o le vorticose illusioni di una cultura bulimica e arrabbiata che, come tutti, mi porto dentro.

I due amici alati


Senza rendercene conto scivoliamo dentro una zona caratterizzata da un vento sempre più debole, incostante e che ruota in modo preoccupante verso i quadranti Sud. Ogni tanto arrivano dei groppi che dovrebbero anticipare una "Tropical Wave", che per ora si limita a lambirci, regalandoci qualche folata di vento e qualche goccia d'acqua dolce.

Ce ne è uno però che ha preoccupato molto la coppia di uccelli bianchi con la coda lunga e sottile che traversa insieme a noi da Capo Verde. Si tratta di due fetonti. Il fronte è piuttosto esteso e, sebbene non si vedano fulmini, c'è una grossa massa d'acqua che precipita in mare: la vediamo alla nostra dritta. Gli uccelli temono di bagnarsi il piumaggio con tutta quell'acqua e di avere difficoltà nel tenere la loro rotta. Nell'aria si sente forte odore di pioggia, le nuvole nere ci hanno quasi raggiunto e la coppia di volatili si separa: uno dei due rimane in alta quota, l'altro scende verso di noi. Vola intorno alla barca  tentando l'atterraggio da prua. Tenta la manovra varie volte e sembra stia per riuscirci, ma alla fine capiamo che le sue sono solo prove e non si poserà almeno che non ce ne sia una vera necessità. Per il momento raggiunge il suo compagno e continuano a volarci vicino, pronti a usarci come zattera di salvataggio se le cose si mettono male. Purtroppo per noi, che li avremmo voluti conoscere più da vicino, e per fortuna per loro, che invece dall'uomo preferiscono tenersi alla larga, la pioggia non è mai arrivata. Si è esaurita a mezzo miglio dalla Gyziana e quando il groppo ci è passato sopra sono rimaste poche gocce sporadiche.

Passato il pericolo i fetonti si allontanano di nuovo e noi ritorniamo ad arrancare senza vento. Ogni tanto si alzano 8 miseri nodi che cerchiamo di sfruttare con una farfalla le cui ali sono lo Yankee e la Staysail. Ma è davvero dura. Dopo una notte e un giorno passati a galleggiare su un mare ritornato olio, arrivano buone notizie da  un messaggio di Danilo via radio a onde corte: "La Tropical Wave è sempre stata avanti a voi e ora pare essersi esaurita davanti a Porto Rico. Siete riusciti ad evitarla. Presto dovreste ritornare ad avere Aliseo costante".

Ed infatti già a metà notte un po' di aria si alza, finchè in mattinata, con un cielo di nuovo spettacolare di un azzurro intenso frastagliato da piccole nuvole arricciate, ritorniamo a essere spinti dal vento portante. 


I nostri amici piumati si avvicinano ancora una volta come a volerci salutare, prima di riprendere rotta verso i Caraibi. Ormai mancano solo 130 miglia, forse non li incontreremo più prima di atterrare, ma è stato un vero onore fare il viaggio con questi due esseri forti e coraggiosi. Li salutiamo come si salutano i grandi amici e uno dei due plana sull'acqua molto vicino a Gyziana prima di scomparire all'orizzonte.

Alla via così amici e tanto tanto buon vento per i vostri incredibili voli.

Lasciamo Capoverde


Forti della prima esperienza oceanica, tutto sommato tranquilla, riprendiamo il mare in pantalocini e canottiera senza cerate e senza apprensione. L'uscita dall'isola di San Vincenzo è tranquilla, il vento allegro ed energico, ma il mare  calmo, perchè le montagne ci fanno da ridosso. Anche questa volta ci scortano allegri banchi di delfini che saltano acrobaticamente davanti alla prua di Gyziana. Insomma sembra una festa, una scampagnata fuori porta.... finchè non arriviamo in mare aperto dove ci aspettano onde nervose e disordinate che ci fanno soffrire il mal di mare e rendono ancora una volta la vita di bordo molto difficile.

Finché  un giorno sentiamo nell'aria  qualcosa di diverso: fa finalmente caldo! Pensiamo bene allora di approfittarne e allestire una sala bagno sulla coperta di poppa e dopo circa cinque giorni finalmente ci regaliamo una doccia!

Ci divertiamo da morire, buttandoci sopra secchiate di acqua salata, tra maldestri tentativi di mantenere l'equilibrio su una superficie convessa e resa viscida dal sapone ed esilaranti scivolate.

Incredibile quanta felicità si possa celare in una semplice doccia! Non è solo un momento estremamente piacevole ma ci lava da dosso definitivamente il mal di mare. Eppure le onde non sono diminuite, tutt'altro. Il mare è andato gradualmente formandosi sempre di più. Adesso dalla nostra poppa ci inseguono dei monumenti d'acqua di cinque sei metri che, come colline azzurre, talvolta superano in altezza i pannelli solari. La maggior parte di queste montagne oceaniche nemmeno ci schizza, perchè si insinua sotto la chiglia di Gyziana portandosela in spalla come farebbe un giovane papà con la sua figlioletta. Quando siamo in cima al gigante buono, dominiamo tutto l'orizzonte schiumoso. Poi iniza la discesa con rincorsa: la barca surfa sul crinale e precipita a tutta velocità nell'incavo tra l'onda che va e l'onda che viene.

Restiamo giù una decina di secondi buoni, durante i quali l'universo si deforma come fosse plastico e si avviluppa su se stesso occludendoci lo sguardo sull'orizzonte: abbiamo mare intorno e sopra di noi, nobile e vivo, vicino e fluido e non possiamo vedere altro. Se ci fosse un'altra barca a pochi metri di distanza, anch'essa nell'incavo dell'onda non la potremmo vedere, figuriamoci un uomo a mare. Andiamo su e giù su queste montagne russe per altri quattro giorni almeno, cercando di non finirci dentro.

Un'altra cosa che cambia andando a Ovest sono i colori. Se prima il mare era uniformemente scuro,


ora per un gioco di nubi, sole e onde si colora per chiazze molto vaste di un azzurro elettrico, come se un faro lo illuminasse da dentro. Sono striature di bluette acceso che contrasta con il nero schiumoso di tanto in tanto macchiato di verde smeraldo quando la cresta dell'onda si arrotola.

Ogni tanto abbiamo degli ospiti con noi. I primi sono una coppia di trampolieri, che tentano l'atterraggio sui pannelli solari per riposarsi, ma perchè ci riescano dobbiamo aiutarli bloccando l'eolico. Anche una rondinella si riposa sul ponte ed infine ci sorvolano due uccelli bianchi mai visti prima, con un piumaggio candido, una coda lunga e sottile, un becco grande e giallo, che ci ricorda quello dei pappagalli. Loro non atterrano ma li rivediamo anche i giorni seguenti, finchè un'ultima volta non ne ritorna uno solo. Ci auguriamo che l'altro sia solo più indietro.

Ci seguono anche albatros solitari a pesca, eppure ormai abbiamo percorso già 800 miglia e la terra per loro dovrebbe essere lontana. ma lo spettacolo più bello ce lo regalano i pesci volanti, ribattezzati fatine del mare. Ce ne sono a migliaia, grigio celesti con le ali sberluccicanti di argento. Saltano fuori dagli abissi ora in gruppo ora sole, volando anche decine di metri prima di rituffarsi in mare. Talvolta, soprattutto di notte, si spiaggiano sulla coperta della barca. Quando ce ne accorgiamo riusciamo ad acchiapparli nonostante sguiscino e si dimenino, e a ributtarli in acqua a volte però li troviamo già morti e comunque li restituiamo al mare.

Qualche volta il sole dipinge dei quadri all'alba e al tramonto e quando succede restiamo in contemplazione finchè l'ultima sfumatura non si dissolve come un mandala di sabbia. 

Se di spettacoli dobbiamo parlare, il mio preferito rimane la notte. Mi sono scelta il turno dalle 3 alle 5:30 perchè a quell'ora le stelle che preferisco sono basse all'orizzonte e mi fanno da bussola. La più bella è Sirio (almeno credo), una grande stella a metà tra la Cintura d'Orione e il Cane Minore. Ce l'ho proprio di fronte, è luminosissima e fa tre lampi di luce: uno bianco, uno rosso ed uno blu. Seguendo quei colori ritmati inizio a navigare in un fluido di luce buia, puntiforme, vuota e viva in cui tutto sembra interconnesso. Non mi è difficile allora immaginare le persone care nel loro letto che dormono, mentre vengono inondate da questi raggi ed insieme a loro tutto il mondo e i suoi abitanti conosciuti e sconosciuti, visibili e invisibili.


Preferisco i giorni di stelle, ma anche la luna è stata una dolce compagnia. L'ho avuta allo Zenit quando era piena, poi via via più giù alle mie spalle, perchè tardava sempre più nel sorgere. Non la potevo vedere  ma la sua luce fredda era come energia pura che mi pioveva sopra e che tutto rendeva magico e vibrante.

Finchè una notte al cambio di turno tra me e Alfredo, mentre gli passavo le consegne, questo Universo perfetto di pace e luce non è stato squarciato, come se un fulmine scagliato da Giove contro Nettuno stesse annunciando una guerra tra gli Dei di sopra e gli Dei di sotto. Alfredo, che guardava dalla parte opposta alla mia,  ha avuto un fremito di paura nel vedere quella saetta. Ma lui ne poteva vedere solo il riflesso sull'acqua. Io - che guardavo a Sud -ne sono rimasta folgorata. Per fortuna non era l'annuncio di una terribile tempesta ma un'enorme meteora distaccatasi da chissà quale mondo e consumatasi in raggi verdi, azzurri e viola al contatto con la nostra atmosfera. E con lei nel cuore per oggi vi saluto e vado a dormire.

domenica 26 aprile 2020

E se avessero ragione i Mandinga?

Dopo tanti giorni chiusi nel nostro guscio in balia delle onde  ci  prepariamo a mettere finalmente i piedi a terra!
Da circa un giorno e mezzo,  prima dell'ora prevista di arrivo a Capo Verde,  il Capitano e il Conte si esercitano in problemi matematici per evitare l'atterraggio notturno.
Avvicinandoci all'isola, però, il vento cala. Proviamo a recuperare con il motore, ma è tardi e inesorabilmente il sole tramonta dietro l'alta montagna brulla dell'isola di Sant'Antonio, lasciandoci in piena oscurità, proprio nel canale tra questa e l'isola di San Vincenzo.
Per tutto il pomeriggio avevamo studiato il portolano per prepararci all'atterraggio a Mindelo, traducendolo dall'inglese senza dizionario e, sebbene a fatica, avevamo colto l'essenza di uno scenario non proprio rassicurante.
Nel Canale ci dobbiamo aspettare che il vento arrivi a duplicare o anche a triplicare la sua intensità e così ammainiamo le vele.
L'ingresso della baia dovrebbe essere diviso a metà da un grosso scoglio segnalato da un faro e in effetti è la prima cosa che vediamo.
Dopo di ché il portolano parla di innumerevoli relitti disseminati un po' ovunque a pelo d'acqua o appena sotto la sua superficie non segnalati oppure indicati con semplici boe, invisibili di notte.
Possiamo fare affidamento solo sui 10 decimi di Emilio a prua, su un faro auto-costruito da Alfredo quando si è reso conto di aver clamorosamente sbagliato i calcoli per un atterraggio diurno e su uno spicchio di luna al suo sesto giorno.
Procediamo con molta cautela verso la città e verso quello che crediamo essere il porto, ma arrivati di fronte a questo ci accorgiamo di tre navi in manovra.
Ad Emilio sembra che le prime due siano addirittura l'una al rimorchio dell'altra.
Fermiamo la barca, aspettando che manovrino prima loro e cerchiamo di ragionare sulle loro luci bianche, rosse e verdi per tracciarne le direzioni, in modo da non essere  di intralcio.
Ma una volta fermi paradossalmente anche quelle si fermano.
Facciamo così la scoperta che a Capo Verde si è soliti utilizzare le luci di via, come luci di fonda. Restiamo un altro pò ad osservarle e ad avanzare ipotesi, ma poi riusciamo a distinguere anche la catena dell'ancora e ci dobbiamo arrendere all'evidenza: sono tre navi decisamente ferme nel bel mezzo della baia.
Che siano questi i relitti?
Riprendiamo a muoverci con estrema cautela e con grande apprensione verso quelle che in lontananza ci sembrano le luci di fonda di altre barche a vela, illuminando ogni ombra sospetta in mezzo all'acqua nera, fino a quando, finalmente, non guadagniamo un nostro fazzoletto, piuttosto decentrato e lontano dalla terra ferma, per dare fondo.
Alfredo vuole che vada io all'ancora perchè dice di fidarsi solo di me e ne sono ovviamente molto orgogliosa, tanto che mi tengo ben stretto questo ruolo, assediato dai bonari tentativi di Emilio di usurparlo.
Agguantiamo al primo colpo, con sfrizionamento senza salti del verricello e senza arare; il mio piede non ha dubbi: fondale di sabbia e fango, ottimo tenitore!
Appena spento il motore qualcuno sale dalla dinette con quattro birre ghiacciate per brindare all'impresa, mentre dalla città di Mindelo il caldo vento africano ci porta una potente musica di tamburi e percussioni un richiamo ancestrale a perdersi  in un continente a noi ancora del tutto sconosciuto.
Scendiamo a terra solo il giorno dopo, con una calma e lentezza insolite, la verità è che non ci va di lasciare l'Oceano e il nostro guscio con i suoi ritmi protetti.
Indugiamo nel limbo di una palafitta galleggiante su cui è allestito un punto di ristoro, per due ore buone e lentamente tra un caffè e l'altro ci riconnettiamo con il mondo.
Siamo davvero esitanti ad andare per strada, ma quando lo facciamo l'Africa ricomincia a battere le sue percussioni.
Non riusciamo a capire da dove provenga quel ritmo tribale e ancestrale, che ci arriva  solo a tratti e da direzioni opposte.
Il vento porta il cuore dell'Africa a rimbalzare contro un muro di una casa coloniale e noi prendiamo quella direzione, ma poi sbatte su un murales  nella direzione opposta e ci spiazza ancora e ancora.
Questo suono ci ha ormai risucchiato, come nel gioco di Jumangj e non possiamo fare altro che seguirlo rimbalzando anche noi da un muro all'altro, fino ad incrociare finalmente la sua fonte: i Mandinga, la popolazione dell'Africa nera portata, in questo arcipelago, con la forza e l'inganno, dai colonizzatori portoghesi.
I Capoverdiani hanno la pelle mulatta, i loro lineamenti sono morbidi, il portamento sensuale, lo sguardo  è malinconico e quando gli parli si apre nel più dolce dei sorrisi appena un pò imbarazzato.
I Mandinga invece sono nerissimi, vestono tribale, con gonne di paglia a petto nudo, ballano divinamente sventolando all'aria dei grossi bastoni.
Ma quando siamo in mezzo a questo fiume umano che ci trascina nella danza, ci accorgiamo che la loro pelle è così nera per un carbone con cui si cospargono e con cui ci cospargono, in una sorta di rito di iniziazione.
Non capiamo se festeggiano una ricorrenza o se manifestano per la rivendicazione delle loro origini africane,  del loro sangue indomito che cerca di non cedere alle lusinghe della Saudade portoghese.
Eppure quel cedere ha creato la musica di Cesaria Evola o di Joan Umberto, che è cantata dal vivo nei rari piccoli locali notturni di Mindelo.
La improvvisa alla chitarra Alvaro seducendoci con gli occhi mentre pasteggiamo con il vino locale. La suona un giradischi nel locale fumoso di Caterina, che ci prepara con meravigliosa lentezza verdure e "queso di terra alla plancia", mentre chiacchiera con gli altri tre avventori, amici o abituè.
Ed infine si mescola con ritmi più afro nel locale Jazz aperto solo il sabato sera: un bancone, due tavoli fuori e due dentro, fumo denso di sigaro. Un uomo canta accopagnato da una chitarra pizzicata, dalla finestra in alto qualcuno intercala con un tamburo, e nella sala si unisce, improvvisando, una seconda percussione.
Una giovane donna dalla pelle di velluto e dal portamento regale, inizia a ballare, mentre un signore suona le maracas, sorseggiando Grogue. Lei è praticamente ferma e sono solo le sue curve sinuose che si dimenano al punto che il ritmo  non sai più se proviene dalle maracas o da lei che riempie di sè la stanza come una brasiliana un carro di carnevale.
E anche per questo  Mindelo ricorda il Brasile e noi ci siamo capitati proprio nel periodo in cui ci si prepara al Carnevale.
Ogni quartiere dal pomeriggio fino a sera tardi si allena con le danze e i tamburi, sostenendo un ritmo frenetico per ore senza sosta.
Quando finalmente riusciamo a intrufolarci in uno dei luoghi dove suonano iniziamo a ballare anche noi, perché il ritmo è irresistibilmente coinvolgente, ma il nostro fiato è corto e il nostro corpo si muove a scatti.
Ti rendi conto istantaneamente che NON appartieni alla razza superiore. Lo capisci anche dall'età di questo popolo giovane e pieno di energia.
Gli anziani sono pochi mentre pullulano i bambini e i ragazzini.
In un villaggio sul mare nella parte sud di San Vincenzo, per esempio, i bimbi scorrazzano a frotte in piazza, giocando liberi insieme agli animali. I giovani stanno intorno a robuste barche di legno, costruite con meticolosa fattura e ogni tanto le spingono dalla spiaggia al mare. Ci vogliono una ventina di loro, per quanto sono pesanti. Le usano per la pesca o per accompagnare qualche raro turista a vedere le tartarughe. Non sono in competizione fra loro. L'unico che conosce l'inglese parla con i possibili clienti e poi a turno esce una delle tante barche e tutti aiutano nel suo trasporto.
All'ombra di alcuni alberi giganti ci sono due donne che vendono acqua nelle taniche e altre che le portano nelle loro case tenendole in equilibrio sulla testa.
Nessuno ha un cellulare e non si vedono antenne di televisione.
Il resto dell'isola è terra rossa, arsa dal sole, desertica per la mancanza di pioggia, montagne di roccia e dune di sabbia bianca sferzate dal vento verso un mare dai colori violenti, chiari e cristallini a riva e blu cobalto verso l'orizzonte schiumoso.
Il cuore dell'isola, però, ci riserva una sorpresa: la lunga strada fatta di san pietrini che da Mindelo porta a Bahia, scorre accanto ad una valle stretta e lunga, che un tempo era il letto di un fiume, ora prosciugato.
Ma l'acqua dolce non è scomparsa del tutto: si è solo ritirata nel sottosuolo.
Lo capiamo dai piccoli mulini che azionano le pompe dei pozzi.
Lungo quella valle sorgono numerose masserie. Alcune sono veri e propri manieri coloniali,  altre piccole fattorie, ognuna con il suo pozzo e mulino, con il suo recinto per il ricovero degli animali, soprattutto capre e pollame; ma c'è anche qualche mucca piuttosto smagrita, ma tutti rigorosamente liberi e privi di catene.
Le case sono circondate da palme e alberi da frutto e ciascuna è dentro un recinto alto che protegge anche i grossi e rigogliosi orti.
Da qui il passo per chiedere e fare la scoperta del mercato dei locali è breve e fare la cambusa nelle sue bancarelle, ognuna appartenente ad una di queste masserie, in una piazza defilata di Mindelo, è una vera esperienza.
Ci accompagna Griselda una donna italo argentina che ha un piccolo B&B, con cui abbiamo fatto amicizia fin dalla prima sera.
Ci suggerisce le bancarelle migliori e ci aiuta a contrattare i prezzi, e tranquillizza la polizia che continuava a scortarci, nostro malgrado.
Dopo un'intera mattinata abbiamo una cambusa di fresco colorata e ricca dei profumi della terra di San Vincenzo.
Adesso che la stiamo consumando tra le onde alte dell'Oceano ci ricorda l'infanzia, quando anche le nostre patate profumavano di terra, i peperoni avevano un gusto intenso e l'insalata era scrocchiante e gustosa, anche se dovevi condividerla con bruchi e altri piccoli animali.
Sì c'è "miseria" in questo arcipelago africano; nei villaggi non c'è l'acqua corrente. Non c'è lavoro e la manodopera è così economica che è risultato più conveniente costruire una strada coi san pietrini che acquistare una betumiera, ma davvero non lo so chi tra noi e loro è più povero!

E'stato scritto e vissuto tra l'1 e il 10 febbraio 2020

domenica 22 marzo 2020

A volte c'è fine anche al peggio

A causa del vento e delle onde, il nostro mondo è diventato improvvisamente instabile e difficile da gestire.
Anche camminare ora è un’impresa! Niente è più come prima e forse questa diventerà la nostra normalità, e per chissà quanto tempo.
Non abbiamo ancora preso il piede marino e siamo straniti, flemmatici e naturalmente nervosi, chiusi in 60 metri quadrati di territorio oscillante, come una centrifuga di lavatrice!
Senza essere ancora usciti in pozzetto, a parte Alfredo che è al timone,  arriva l’ora di preparare il pranzo.
Tocca ad Emilio, che distrattamente mi chiede: “Che pasta faccio oggi?”.
Ed io che già non ne posso più di mangiare pasta a pranzo e a cena, per di più preparata con la pentola a pressione, gli chiedo, con accattivante gentilezza:  “Perché non fai un’insalata di riso?”.
Lui, più per educazione, che per reale convinzione, e soprattutto senza sapere esattamente come si faccia un'insalata di riso, si mette a lavoro.
Dopo pochi minuti apre l’oblò per gettare in mare le bucce delle carote ed un’onda irrompe nella cucina allagando tutto. Sento che borbotta e forse lancia qualche imprecazione, mentre inizia ad asciugare il paiolato.
Mi dispiace vederlo in difficoltà e vado ad aiutarlo. E per fortuna perché un barattolo di plastica, pieno del condimento della cena precedente, salta dal nulla, cade a terra e implode, inzuppando tutto di sugo unto e verdure.
Ricominciamo a pulire  tutto di nuovo.
Nel frattempo mi ricordo che ci vogliono le uova sode e gli passo un pentolino  con quattro uova da bollire, mentre lui apre l’armadietto dello scatolame, da cui ruzzolano giù capperi e carciofini sott’olio.
Questa volta siamo fortunati, nonostante siano di vetro, non si rompono.
In compenso succede che mentre io sono a quattro zampe per raccoglierli e pulire gli ultimi residui di sugo, Emilio viene travolto da una profonda sfiducia nella cucina basculante:  immagina scenari apocalittici, in cui l’acqua bollente delle uova mi si riversa addosso ustionandomi e così, travolto da questi pensieri, la toglie dal fuoco e colloca il pentolino  su un piano fisso.
Niente di più sbagliato su una barca che dondola!
Quello prende la rincorsa, alla prima onda,  e sta per precipitare rovinosamente su di me, mentre la pentola a pressione, dentro cui bolle il riso, soffia all’impazzata; fortunatamente Emilio evita il peggio: riesce ad afferrarlo al volo e a sbatterlo con tutte le uova ancora mezze crude nel lavello, urlando esausto:
“Io volevo fare la pastaaaaaaa!!!!!”.
Incasso il colpo e per calmarlo mi offro di continuare io in cucina, tanto ormai è quasi tutto pronto. Ma penso male: perché sul più bello, mi accorgo che è finito l'olio. Veramente è sparita tutta la bottiglia.
Emilio allora mi confida che l’olio in effetti è finito ma, cosa ben peggiore, Adriano ha gettato via tutta la bottiglia, con quel comodissimo erogatore, che ci piaceva tanto. Mi rendo conto che la rabbia è contagiosa e che ormai mi ha assalito, mentre vado a prendere la tanica dell’olio, senza sapere ancora dove poterlo travasare.
Ma è proprio vero che non c’è fine al peggio: scopro che la lattina dell’olio è sporca di gasolio e che tutta la sentina è piena di carburante! Chiamo allarmata Alfredo che corre a controllare come mai il gasolio sia finito lì, mentre Emilio lo sostituisce al timone.
Io me ne torno in cucina, urtando da tutte le parti, con la lattina dell’olio in braccio e in quel momento  passa Adriano, e scarico tutta le tensione su di lui, rimproverandolo: “Ed ora dove lo travasiamo l’olio?”.
Lui allora mi propone di accorpare due bottiglie d’aceto in una e ricavarne un vuoto. Lo faccio, ma il tappo non è di quelli che si svita. Intanto ad ogni onda rischia di cadere qualcosa d'altro o peggio l’intero pranzo.
Adriano ormai è diventato il capro espiatorio del mio nervosismo che raggiunge l’apice quando mi taglio con il tappo dell’aceto, da lui adattato, a suon di coltello, per farlo diventare un improbabile contenitore dell’olio!
A questo punto perde le staffe anche lui, dicendo, che in fondo ha solo gettato via un vuoto e quanto a me, non è stata la  bottiglia a tagliarmi ma la mia stessa rabbia. 
Tutti accorrono aspettando preoccupati la mia reazione. Anche io l’aspetto, ma stranamente non arriva.
Ha proprio ragione lui:  vedo la mia rabbia, è rossa e calda come il filo di sangue che mi sgorga dal dito. 
E proprio perché la vedo non esplode, ma scorre via libera e mi lascia in sospensione, in uno stato di grazia e di stupore.
Ciò che esplode invece è la nostra fame nel vedere l'insalata di riso condita  con uova e maionese che, nonostante tutto il trambusto durante la sua preparazione, sembra buonissima e così andiamo in pozzetto a mangiarla, dimenticandoci  del gasolio in sentina, della bottiglia dell'olio, della pasta e persino dell'insopportabile rollio della barca. 
Fuori c'è finalmente aria fresca, si rolla meno, si respira il mare e si possono guardare le onde, alte sì ma dolci, costanti, benefiche, e ogni tensione si dissolve finalmente tra gli schizzi caldi dell'Oceano, che ci fanno ridere e riprendere dai malumori.
E così, come ogni  avventura che si rispetti, anche questa può finire davanti ad una tavola imbandita.