domenica 26 aprile 2020

E se avessero ragione i Mandinga?

Dopo tanti giorni chiusi nel nostro guscio in balia delle onde  ci  prepariamo a mettere finalmente i piedi a terra!
Da circa un giorno e mezzo,  prima dell'ora prevista di arrivo a Capo Verde,  il Capitano e il Conte si esercitano in problemi matematici per evitare l'atterraggio notturno.
Avvicinandoci all'isola, però, il vento cala. Proviamo a recuperare con il motore, ma è tardi e inesorabilmente il sole tramonta dietro l'alta montagna brulla dell'isola di Sant'Antonio, lasciandoci in piena oscurità, proprio nel canale tra questa e l'isola di San Vincenzo.
Per tutto il pomeriggio avevamo studiato il portolano per prepararci all'atterraggio a Mindelo, traducendolo dall'inglese senza dizionario e, sebbene a fatica, avevamo colto l'essenza di uno scenario non proprio rassicurante.
Nel Canale ci dobbiamo aspettare che il vento arrivi a duplicare o anche a triplicare la sua intensità e così ammainiamo le vele.
L'ingresso della baia dovrebbe essere diviso a metà da un grosso scoglio segnalato da un faro e in effetti è la prima cosa che vediamo.
Dopo di ché il portolano parla di innumerevoli relitti disseminati un po' ovunque a pelo d'acqua o appena sotto la sua superficie non segnalati oppure indicati con semplici boe, invisibili di notte.
Possiamo fare affidamento solo sui 10 decimi di Emilio a prua, su un faro auto-costruito da Alfredo quando si è reso conto di aver clamorosamente sbagliato i calcoli per un atterraggio diurno e su uno spicchio di luna al suo sesto giorno.
Procediamo con molta cautela verso la città e verso quello che crediamo essere il porto, ma arrivati di fronte a questo ci accorgiamo di tre navi in manovra.
Ad Emilio sembra che le prime due siano addirittura l'una al rimorchio dell'altra.
Fermiamo la barca, aspettando che manovrino prima loro e cerchiamo di ragionare sulle loro luci bianche, rosse e verdi per tracciarne le direzioni, in modo da non essere  di intralcio.
Ma una volta fermi paradossalmente anche quelle si fermano.
Facciamo così la scoperta che a Capo Verde si è soliti utilizzare le luci di via, come luci di fonda. Restiamo un altro pò ad osservarle e ad avanzare ipotesi, ma poi riusciamo a distinguere anche la catena dell'ancora e ci dobbiamo arrendere all'evidenza: sono tre navi decisamente ferme nel bel mezzo della baia.
Che siano questi i relitti?
Riprendiamo a muoverci con estrema cautela e con grande apprensione verso quelle che in lontananza ci sembrano le luci di fonda di altre barche a vela, illuminando ogni ombra sospetta in mezzo all'acqua nera, fino a quando, finalmente, non guadagniamo un nostro fazzoletto, piuttosto decentrato e lontano dalla terra ferma, per dare fondo.
Alfredo vuole che vada io all'ancora perchè dice di fidarsi solo di me e ne sono ovviamente molto orgogliosa, tanto che mi tengo ben stretto questo ruolo, assediato dai bonari tentativi di Emilio di usurparlo.
Agguantiamo al primo colpo, con sfrizionamento senza salti del verricello e senza arare; il mio piede non ha dubbi: fondale di sabbia e fango, ottimo tenitore!
Appena spento il motore qualcuno sale dalla dinette con quattro birre ghiacciate per brindare all'impresa, mentre dalla città di Mindelo il caldo vento africano ci porta una potente musica di tamburi e percussioni un richiamo ancestrale a perdersi  in un continente a noi ancora del tutto sconosciuto.
Scendiamo a terra solo il giorno dopo, con una calma e lentezza insolite, la verità è che non ci va di lasciare l'Oceano e il nostro guscio con i suoi ritmi protetti.
Indugiamo nel limbo di una palafitta galleggiante su cui è allestito un punto di ristoro, per due ore buone e lentamente tra un caffè e l'altro ci riconnettiamo con il mondo.
Siamo davvero esitanti ad andare per strada, ma quando lo facciamo l'Africa ricomincia a battere le sue percussioni.
Non riusciamo a capire da dove provenga quel ritmo tribale e ancestrale, che ci arriva  solo a tratti e da direzioni opposte.
Il vento porta il cuore dell'Africa a rimbalzare contro un muro di una casa coloniale e noi prendiamo quella direzione, ma poi sbatte su un murales  nella direzione opposta e ci spiazza ancora e ancora.
Questo suono ci ha ormai risucchiato, come nel gioco di Jumangj e non possiamo fare altro che seguirlo rimbalzando anche noi da un muro all'altro, fino ad incrociare finalmente la sua fonte: i Mandinga, la popolazione originaria di questo arcipelago.
I Capoverdiani hanno la pelle mulatta, i loro lineamenti sono morbidi, il portamento sensuale, lo sguardo  è malinconico e quando gli parli si apre nel più dolce dei sorrisi appena un pò imbarazzato.
I Mandinga invece sono nerissimi, vestono tribale, con gonne di paglia a petto nudo, ballano divinamente sventolando all'aria dei grossi bastoni.
Ma quando siamo in mezzo a questo fiume umano che ci trascina nella danza, ci accorgiamo che la loro pelle è così nera per un carbone con cui si cospargono e con cui ci cospargono, in una sorta di rito di iniziazione.
Non capiamo se festeggiano una ricorrenza o se manifestano per la rivendicazione delle loro origini africane,  del loro sangue indomito che cerca di non cedere alle lusinghe della Saudade portoghese.
Eppure quel cedere ha creato la musica di Cesaria Evola o di Joan Umberto, che è cantata dal vivo nei rari piccoli locali notturni di Mindelo.
La improvvisa alla chitarra Alvaro seducendoci con gli occhi mentre pasteggiamo con il vino locale. La suona un giradischi nel locale fumoso di Caterina, che ci prepara con meravigliosa lentezza verdure e "queso di terra alla plancia", mentre chiacchiera con gli altri tre avventori, amici o abituè.
Ed infine si mescola con ritmi più afro nel locale Jazz aperto solo il sabato sera: un bancone, due tavoli fuori e due dentro, fumo denso di sigaro. Un uomo canta accopagnato da una chitarra pizzicata, dalla finestra in alto qualcuno intercala con un tamburo, e nella sala si unisce, improvvisando, una seconda percussione.
Una giovane donna dalla pelle di velluto e dal portamento regale, inizia a ballare, mentre un signore suona le maracas, sorseggiando Grogue. Lei è praticamente ferma e sono solo le sue curve sinuose che si dimenano al punto che il ritmo  non sai più se proviene dalle maracas o da lei che riempie di sè la stanza come una brasiliana un carro di carnevale.
E anche per questo  Mindelo ricorda il Brasile e noi ci siamo capitati proprio nel periodo in cui ci si prepara al Carnevale.
Ogni quartiere dal pomeriggio fino a sera tardi si allena con le danze e i tamburi, sostenendo un ritmo frenetico per ore senza sosta.
Quando finalmente riusciamo a intrufolarci in uno dei luoghi dove suonano iniziamo a ballare anche noi, perché il ritmo è irresistibilmente coinvolgente, ma il nostro fiato è corto e il nostro corpo si muove a scatti.
Ti rendi conto istantaneamente che NON appartieni alla razza superiore. Lo capisci anche dall'età di questo popolo giovane e pieno di energia.
Gli anziani sono pochi mentre pullulano i bambini e i ragazzini.
In un villaggio sul mare nella parte sud di San Vincenzo, per esempio, i bimbi scorrazzano a frotte in piazza, giocando liberi insieme agli animali. I giovani stanno intorno a robuste barche di legno, costruite con meticolosa fattura e ogni tanto le spingono dalla spiaggia al mare. Ci vogliono una ventina di loro, per quanto sono pesanti. Le usano per la pesca o per accompagnare qualche raro turista a vedere le tartarughe. Non sono in competizione fra loro. L'unico che conosce l'inglese parla con i possibili clienti e poi a turno esce una delle tante barche e tutti aiutano nel suo trasporto.
All'ombra di alcuni alberi giganti ci sono due donne che vendono acqua nelle taniche e altre che le portano nelle loro case tenendole in equilibrio sulla testa.
Nessuno ha un cellulare e non si vedono antenne di televisione.
Il resto dell'isola è terra rossa, arsa dal sole, desertica per la mancanza di pioggia, montagne di roccia e dune di sabbia bianca sferzate dal vento verso un mare dai colori violenti, chiari e cristallini a riva e blu cobalto verso l'orizzonte schiumoso.
Il cuore dell'isola, però, ci riserva una sorpresa: la lunga strada fatta di san pietrini che da Mindelo porta a Bahia, scorre accanto ad una valle stretta e lunga, che un tempo era il letto di un fiume, ora prosciugato.
Ma l'acqua dolce non è scomparsa del tutto: si è solo ritirata nel sottosuolo.
Lo capiamo dai piccoli mulini che azionano le pompe dei pozzi.
Lungo quella valle sorgono numerose masserie. Alcune sono veri e propri manieri coloniali,  altre piccole fattorie, ognuna con il suo pozzo e mulino, con il suo recinto per il ricovero degli animali, soprattutto capre e pollame; ma c'è anche qualche mucca piuttosto smagrita, ma tutti rigorosamente liberi e privi di catene.
Le case sono circondate da palme e alberi da frutto e ciascuna è dentro un recinto alto che protegge anche i grossi e rigogliosi orti.
Da qui il passo per chiedere e fare la scoperta del mercato dei locali è breve e fare la cambusa nelle sue bancarelle, ognuna appartenente ad una di queste masserie, in una piazza defilata di Mindelo, è una vera esperienza.
Ci accompagna Griselda una donna italo argentina che ha un piccolo B&B, con cui abbiamo fatto amicizia fin dalla prima sera.
Ci suggerisce le bancarelle migliori e ci aiuta a contrattare i prezzi, e tranquillizza la polizia che continuava a scortarci, nostro malgrado.
Dopo un'intera mattinata abbiamo una cambusa di fresco colorata e ricca dei profumi della terra di San Vincenzo.
Adesso che la stiamo consumando tra le onde alte dell'Oceano ci ricorda l'infanzia, quando anche le nostre patate profumavano di terra, i peperoni avevano un gusto intenso e l'insalata era scrocchiante e gustosa, anche se dovevi condividerla con bruchi e altri piccoli animali.
Sì c'è "miseria" in questo arcipelago africano; nei villaggi non c'è l'acqua corrente. Non c'è lavoro e la manodopera è così economica che è risultato più conveniente costruire una strada coi san pietrini che acquistare una betumiera, ma davvero non lo so chi tra noi e loro è più povero!

E'stato scritto e vissuto tra l'1 e il 10 febbraio 2020

domenica 22 marzo 2020

A volte c'è fine anche al peggio

A causa del vento e delle onde, il nostro mondo è diventato improvvisamente instabile e difficile da gestire.
Anche camminare ora è un’impresa! Niente è più come prima e forse questa diventerà la nostra normalità, e per chissà quanto tempo.
Non abbiamo ancora preso il piede marino e siamo straniti, flemmatici e naturalmente nervosi, chiusi in 60 metri quadrati di territorio oscillante, come una centrifuga di lavatrice!
Senza essere ancora usciti in pozzetto, a parte Alfredo che è al timone,  arriva l’ora di preparare il pranzo.
Tocca ad Emilio, che distrattamente mi chiede: “Che pasta faccio oggi?”.
Ed io che già non ne posso più di mangiare pasta a pranzo e a cena, per di più preparata con la pentola a pressione, gli chiedo, con accattivante gentilezza:  “Perché non fai un’insalata di riso?”.
Lui, più per educazione, che per reale convinzione, e soprattutto senza sapere esattamente come si faccia un'insalata di riso, si mette a lavoro.
Dopo pochi minuti apre l’oblò per gettare in mare le bucce delle carote ed un’onda irrompe nella cucina allagando tutto. Sento che borbotta e forse lancia qualche imprecazione, mentre inizia ad asciugare il paiolato.
Mi dispiace vederlo in difficoltà e vado ad aiutarlo. E per fortuna perché un barattolo di plastica, pieno del condimento della cena precedente, salta dal nulla, cade a terra e implode, inzuppando tutto di sugo unto e verdure.
Ricominciamo a pulire  tutto di nuovo.
Nel frattempo mi ricordo che ci vogliono le uova sode e gli passo un pentolino  con quattro uova da bollire, mentre lui apre l’armadietto dello scatolame, da cui ruzzolano giù capperi e carciofini sott’olio.
Questa volta siamo fortunati, nonostante siano di vetro, non si rompono.
In compenso succede che mentre io sono a quattro zampe per raccoglierli e pulire gli ultimi residui di sugo, Emilio viene travolto da una profonda sfiducia nella cucina basculante:  immagina scenari apocalittici, in cui l’acqua bollente delle uova mi si riversa addosso ustionandomi e così, travolto da questi pensieri, la toglie dal fuoco e colloca il pentolino  su un piano fisso.
Niente di più sbagliato su una barca che dondola!
Quello prende la rincorsa, alla prima onda,  e sta per precipitare rovinosamente su di me, mentre la pentola a pressione, dentro cui bolle il riso, soffia all’impazzata; fortunatamente Emilio evita il peggio: riesce ad afferrarlo al volo e a sbatterlo con tutte le uova ancora mezze crude nel lavello, urlando esausto:
Io volevo fare la pastaaaaaaa!!!!!”.
Incasso il colpo e per calmarlo mi offro di continuare io in cucina, tanto ormai è quasi tutto pronto. Ma penso male: perché sul più bello, mi accorgo che è finito l'olio. Veramente è sparita tutta la bottiglia.
Emilio allora mi confida che l’olio in effetti è finito ma, cosa ben peggiore, Adriano ha gettato via tutta la bottiglia, con quel comodissimo erogatore, che ci piaceva tanto. Mi rendo conto che la rabbia è contagiosa e che ormai mi ha assalito, mentre vado a prendere la tanica dell’olio, senza sapere ancora dove poterlo travasare.
Ma è proprio vero che non c’è fine al peggio: scopro che la lattina dell’olio è sporca di gasolio e che tutta la sentina è piena di carburante! Chiamo allarmata Alfredo che corre a controllare come mai il gasolio sia finito lì, mentre Emilio lo sostituisce al timone.
Io me ne torno in cucina, urtando da tutte le parti, con la lattina dell’olio in braccio e in quel momento  passa Adriano, e scarico tutta le tensione su di lui, rimproverandolo: “Ed ora dove lo travasiamo l’olio?”.
Lui allora mi propone di accorpare due bottiglie d’aceto in una e ricavarne un vuoto. Lo faccio, ma il tappo non è di quelli che si svita. Intanto ad ogni onda rischia di cadere qualcosa d'altro o peggio l’intero pranzo.
Adriano ormai è diventato il capro espiatorio del mio nervosismo che raggiunge l’apice quando mi taglio con il tappo dell’aceto, da lui adattato, a suon di coltello, per farlo diventare un improbabile contenitore dell’olio!
A questo punto perde le staffe anche lui, dicendo, che in fondo ha solo gettato via un vuoto e quanto a me, non è stata la  bottiglia a tagliarmi ma la mia stessa rabbia. 
Tutti accorrono aspettando preoccupati la mia reazione. Anche io l’aspetto, ma stranamente non arriva.
Ha proprio ragione lui:  vedo la mia rabbia, è rossa e calda come il filo di sangue che mi sgorga dal dito. 
E proprio perché la vedo non esplode, ma scorre via libera e mi lascia in sospensione, in uno stato di grazia e di stupore.
Ciò che esplode invece è la nostra fame nel vedere l'insalata di riso condita  con uova e maionese che, nonostante tutto il trambusto durante la sua preparazione, sembra buonissima e così andiamo in pozzetto a mangiarla, dimenticandoci  del gasolio in sentina, della bottiglia dell'olio, della pasta e persino dell'insopportabile rollio della barca. 
Fuori c'è finalmente aria fresca, si rolla meno, si respira il mare e si possono guardare le onde, alte sì ma dolci, costanti, benefiche, e ogni tensione si dissolve finalmente tra gli schizzi caldi dell'Oceano, che ci fanno ridere e riprendere dai malumori.
E così, come ogni  avventura che si rispetti, anche questa può finire davanti ad una tavola imbandita.


domenica 15 marzo 2020

La distrazione nascosta

Il vento forte è arrivato di notte senza preavviso, come un Re che rientra dalla guerra nel suo castello, con cavalleria al seguito, sapendo che  tutti, per editto, devono  essere pronti al suo ingresso in qualsiasi momento avvenga.
In pochi secondi, io, il Conte e il Capitano, armati di cerata, giubbotto autogonfiabile e cintura di sicurezza, ci ritroviamo al proprio posto di combattimento: io al timone e alle scotte dello yankee, e loro sul ponte per disarcionare il tangone imbizzarrito.
Arriva subito anche Adriano, ma lui è anarchico e insubordinato. Vorrebbe raggiungere gli altri sul ponte a piedi scalzi, senza cintura, né giubbotto, ma viene bloccato dall'urlo del Comandante.
Come tutti gli anarchici, ha la testa dura e non ritorna in pozzetto, come gli è stato chiesto,  ma se ne sta lì seduto a mezza nave, con l'aria a metà tra lo stralunato e l'offeso, finché non gli chiedo  per favore un aiuto a cazzare una scotta.
Siamo decisamente troppo invelati per sostenere il vento e così il Conte e il Capitano, armano Gyziana con la sola tormentina e spengono definitivamente il timone automatico, che da solo non ce la fa a sostenere la spinta delle onde sempre più alte.

Iniziano le notti insonni soprattutto per Alfredo che soffre come se a sbattere fosse la sua testa contro un muro e non la vela della barca a causa delle nostre distoniche manovre al timone.
Non so per quale strano caso del destino, quella che doma più agevolmente la ruota del timone sono io. 
Emilio - che poi diventerà il migliore - se la cava, ma per ora ragiona troppo e basa le sue correzioni sul senso della vista, che di notte viene quasi completamente meno.
Adriano, invece, ha la mano molto pesante, essendo abituato al timone a barra della sua barca e ai volanti dei Tir, che pilotava in Islanda.
Il nostro  Capitano, ormai senza sonno da due giorni, privato persino del riposino pomeridiano, mi chiede disperato di aiutarlo e di provare a insegnare ad Adriano il mio modo di timonare.
Ma come faccio a insegnare questa cosa ad un navigatore esperto e un po' permaloso, che ha già attraversato l'Oceano, soprattutto considerando che nemmeno io la comprendo fino in fondo, facendola per lo più d'istinto!?!
Ma come fare a dire di no al Comandante in difficoltà? 
Così inizio ad osservarmi.
Per prima cosa mi accorgo che non guardo le onde, anche perché mi fanno paura. 
Guardo invece un punto fisso davanti: il sole, una stella, lo spicchio di luna o, se proprio va male, l'ago rosso della bussola magnetica.
L'onda che sopraggiunge ora da poppa, ora dal giardinetto, anche se non la vedo, non mi sorprende, perché sento, sulla ruota, l'anticipo dello scossone che darà al timone e lo riesco a correggere quando ancora è semplice farlo, giusto un attimo prima che diventi troppo duro.
Anche il rollio della barca mi aiuta, in quanto è armonico rispetto al timone, come una danza: quando la barca si piega a destra io fletto il ginocchio sinistro e spingo automaticamente  il timone nello stesso verso e viceversa, quando il moto oscillatorio è dall'altra parte, sempre con movimenti leggeri, continui e sincronici.
Però ci sono gli errori. 
A volte questo flusso naturale non funziona e me ne vado al vento o troppo vicino alla stramba; in ogni caso faccio sbattere le vele.
Eppure non è l'onda del mare che mi sorprende! 
Allora cos'è?
Continuo ad osservare e alla fine riesco a stanare il motivo: è la distrazione nascosta.
Proprio perché i movimenti sono automatici, come un'abitudine, la mente è libera di andarsene a briglia sciolta sulla corrente di pensieri che arrivano e se ne vanno, generalmente senza dare problemi.
Ma qualcuno di questi di tanto in tanto, mi aggancia e mi trascina. Questo è il punto di distrazione: l'onda mentale che mi porta all'orza o alla stramba e che non mi fa più essere padrona della rotta.
I pensieri in sé sono come le onde del mare arrivano e se ne vanno in modo naturale verso l'orizzonte liberi, vuoti, né buoni né cattivi. Alcuni però catturano l'attenzione, creano mondi che non esistono, mi coinvolgono in una preoccupazione oppure in un ricordo.
Per non fare errori, quindi, basta  liberarli subito, riconoscendone la natura di onda, che così come viene se ne va.
Ed in effetti funziona! Se sono presente a me stessa e con la mente rilassata, la barca tiene rotta, con facilità.
L'ho spiegato più o meno così ai miei compagni di viaggio, che mi hanno guardato un po' straniti e anche un po' dall'alto in basso. 
Credo che  abbiano preso in considerazione solo  l'analogia con la danza, per il resto strabuzzavano gli occhi.
Tuttavia da quel pomeriggio, senza un motivo dichiarato, o forse perché ciascuno poi durante il suo turno ha trovato il proprio punto di non distrazione, il Capitano è tornato a dormire e fare sogni tranquilli e noi tutti siamo riusciti finalmente a tenere rotta che è una bellezza.
E per  fortuna che ci siamo allenati così per un mese intero di traversata atlantica, perché ora che siamo arrivati dall'altra parte dell'Oceano, questo esercizio ci torna utile e possiamo ripeterlo costantemente per non farci affondare da onde ben più alte e pericolose, che dalla Cina all'Italia si stanno frangendo rovinosamente su tutte le terre emerse del pianeta.
A tutti i naviganti: puntate una stella e con concentrazione tenete rotta senza farvi catturare dalle onde ma lasciatele fluire libere verso l'orizzonte!

domenica 1 marzo 2020

Il Corona.....mento di un sogno.


Soffrendo un pò per un'improvvisa mancanza di vento, iniziamo lentamente l'avvicinamento a Martinica.
Dopo giorni e giorni di completo isolamento  a notte quasi fatta, nell'ora in cui è difficle distinguere anche un oggetto a pochi metri di distanza, incrociamo un'enorme petroliera. E' palesemente in rotta di collisione con noi. La precedenza è nostra, in quanto navighiamo a vela, e manteniamo rotta in modo che i suoi ufficiali possano studiare senza fatica le nostre manovre, ma allo stesso tempo la teniamo d'occhio, nel caso in cui non ci abbiano visto. La nave si avvicina e non accenna a manovrare e per noi, che siamo tangonati, una virata dell'ultimo momento non sarebbe fattibile o comunque non sarebbe indolore e così Alfredo contatta al VHF la petroliera, dopo averla individuata con l'AIS e chiede al suo capitano se ci avesse visto.
Con accento tedesco, un'aria un pò annoiata, dall'alto del suo ponte di comando, ma prontamente, il Capitano ci tranquillizza, dicendoci che ci sarebbe passato a dritta e immediatamente rallenta e manovra. E' stato emozionante scambiarci queste poche parole e ricevere le attenzioni di questo gigante metallico; in fondo è il primo essere umano con cui parliamo dopo quasi venti giorni per mare.
E un giorno nell'Oceano non è fatto di ventiquattro ore: è un eterno presente dilatato che assorbe in sè tutto il nostro vissuto e tutto il futuro.
Il tempo qui in mezzo alle onde ha un respiro lungo, sottile, senza differenze percepibili tra ispiro ed espiro, senza strappi nè tensioni.
Potremmo approdare a terra e trovare tutto cambiato e non sarebbe strano, ma anzi coerente con la nostra storia.
Tra l'altro le poche notizie che ci arrivano con il contagocce via pactor, oltre a quelle di una burrasca tropicale o "tropical wave", che ci gira intorno, per ora senza colpirci, sono brevi frasi sul Coronavirus.
Capiamo che i nostri connazionali stanno passando un brutto momento, ma non riusciamo a comprendere se sia una bolla mediatica o qualcosa di veramente serio.
Ci ricorda una commedia dell'assurdo di Ionescu, il "Gioco dell'epidemia", che io e Alfredo abbiamo interpretato tempo fa a teatro: una malattia infettiva incurabile sterminava la popolazione di un'intera città.
Entriamo con il pensiero in questo teatro dell'assurdo e ci immaginiamo un approdo nelle baie tropicali con barche fantasma, i cui nocchieri giacciono morti ancora abbracciati al loro timone.
Questa dilatazione dello spazio-tempo, l'assenza di vento, il caldo, la stanchezza di un'intera traversata oceanica, il poco sonno dovuto ai turni di notte e alle onde alte fino a sei metri, distorcono un pò le nostre percezioni.
Se però non indugiamo nelle fantasie vuote di improbabili scenari apocalittici, ma le lasciamo scivolare con le nostre stesse risate, questo sentire fuori da un tempo ed uno spazio ordinari, unito alla presenza mentale richiesta da Gyziana, diventa una percezione totalizzante piena di benessere e di amore per il creato che ci circonda e che è stato veramente gentile con noi.
Le tensioni che a volte sorgono, anche in modo impetuoso tra noi, si liberano facilmente in questo spazio caratterizzato talvolta da una via dorata di sole, tal'altra da piccoli pesci volanti che sembrano folletti di una foresta blu, oppure da uno spicchio di luna o dai raggi magici di Venere o di Sirio.
La Natura e la sua magia assorbono la nostra mente e qualsiasi pensiero o emozione non ha alcuna presa per aderire e scivola via, come gocce di mare asciugate dal sole tropicale.
In questo stato di grazia trascorre l'ultima notte nell'Altantico.
Al proprio risveglio, seppure in tempi diversi, ciascuno di noi trova davanti a se l'isola dolce e sinuosa della Martinica.
Si sono rotte le acque del nostro sogno che si appresta a nascere  e il mio pensiero, per associazione, corre veloce ad un essere speciale che mi è cara anche se ancora non è di questo mondo, ma che si appresta ad entrarvi come noi ad atterrare.
E mentre lo penso,  un messaggio, tramite pactor, parte da Bologna ed anche se lo leggerò qualche ora dopo, ci annuncia la nascita di Emma, che grazie a questo Universo dilatato e interconnesso, ho potuto chiaramente percepire.
Altro che morte da Coronavirus! Sorge la vita e contemporaneamente si accendono i colori smeraldo delle coste tropicali, dove con facilità ci ancoriamo e anche noi rinasciamo tuffandoci nelle acque calde e trasparenti della baia di Sant'Anna, poco prima che un tramonto rosso fuoco, ancora più caldo dei nostri cuori emozionati, incendi l'orizzonte dietro il maestoso faraglione del Diamante.
Amici miei, prendete la via dell'oceano anche voi! Basta spegnere le televisioni, allentare la morsa della tecnologia e dei social e stare di più nella Natura, il mondo è ancora un luogo meraviglioso in cui nascere o rinascere!

PS: noi vi aspettiamo sempre!

domenica 9 febbraio 2020

Notte di Luna nuova e l'arte della pazienza

Forse mi  sbagliavo sulla sincerità del sole.
E' quando la luce smette di offuscare le cose, che la vita si manifesta nella sua vera natura!
L'astro del giorno è tramontato già da tempo e stanno svanendo anche le luci di Gran Canaria. Ora dobbiamo combattere con quelle di due enormi petroliere, entrambe in rotta raggiungente: una da dritta e l'altra da sinistra. Scopro che la  miopia fa a botte con le luci verdi e questo mi genera non poca tensione, perchè non capisco se le navi si avvicinano o si allontanano, finchè non passano entrambe da poppa, così vicine da distinguerne chiaramente il profilo.
Finalmente la navigazione si stabilizza nel buio totale e inizia il mio turno ....non vedevo l'ora di stare sola e me ne vado a prua per scrutare meglio l'orizzonte.
Il mare è così calmo da non distinguersi dal cielo.
La prua apre una remora sberluccicante di placton. Il cielo è un mantello di stelle e alcune si specchiano sull'Oceano dandogli profondità.
Non mi sembra più di navigare, ma di fluttuare nella notte scura.
Canto in silenzio e con me canta la Luna Nera, mentre un distillato di stelle piove come nettare di purezza sul nostro guscio.
Improvvisamente  grosse scie luminose che fendono il mare come code di drago, mi fanno sobbalzare il cuore in gola dalla paura: sfiorano Gyziana e sibilano come frecce incandescenti, prima di guizzare fuori dall'Oceano e mostrarne l'Anima.
Sono salti acrobatici di "spiriti" delfini. Ne posso distinguere chiaramente il profilo rivestito di plancton iridescente.
Fanno strada saltando sotto la prua della barca, per ore, per quasi tutta la notte , introducendoci  uno ad uno, nel regno dell'abissale mare nero, pulsante di vita.
Continuo a cantare con le stelle, anche in sogno, confondendomi nel vuoto tra loro, presente e assente allo stesso tempo, rapita dalla magia di questa notte e felice di farne parte.

......

Finito l'ultimo turno alle otto del mattino, ci svegliamo tutti. Anche il sole fa ingresso da Est, prepotente nello scacciare la notte e magnifico da farcela dimenticare in fretta.
Il vento è ancora appena un alitare, eppure sarebbe dovuto montare appena fuori il cono dell'isola.
Comunque  sia, il Capitano decide che si deve fare senza motore e la pace che il suo ordine regala è indescrivibile.
Adriano, reduce dall'ultimo turno, si gode il  sole nascente che gli riscalda il viso; io e Alfredo abbiamo armato lo Yeenky, un grosso Genoa, e iniziamo a tangonarlo con un tubo di alluminio tre volte più lungo di me.
Entra in scena Emilio, soprannominato il Conte Zoster, perchè la sua voglia di vivere questa esperienza è così radicata in lui, che nemmeno il così detto "Fuoco di Sant'Antonio", il famigerato Herpes Zoster, l'ha fermato.
Il Conte e il Capitano si sono trovati immediatamente, nella comune passione delle barche d'epoca: complicate, ma con un'anima e iniziano a praticare l'arte della vela uniti come padre e figlio.
Dopo aver ultimato con il tangone, ingarrocciano la Stay Sail (una vela più piccola) nello strallo dell'albero di maestra ma il vento è troppo debole e per di più viene da poppa e si accorgono presto che la vela è inadatta.
Ricominciano. Ammainano la vela con pazienza e iniziano la manovra per liberare il cala vele dall'ingombro del tender. Io aiuto Adriano a piegarla e a rimetterla nella sua sacca, giusto in tempo perchè loro tornino ed inizino ad armare la Carbonera.
E' una vela enorme che va inferita nella parte posteriore dell'albero di Trinchetto. E' talmente grande che bisogna smontare le volanti. Ci mettono un pò, ma sistemano anche quelle. Io un pò scrivo un pò aiuto se serve. Adriano credo sia andato a riposare.
Quando finalmente la Carbonera si gonfia, Gyziana ha un sussulto e inizia ad andare.
I loro occhi brillano come gli sbarluccichi del sole ormai alto sul mare, e insieme continuano a cazzare e mollare le scotte, con diligenza e pazienza, finchè le due vele non sono perfettamente equilibrate.
Alfredo è così orgoglioso della sua Gyziana, che non riesce a nasconderlo, nemmeno durante il collegamento con le stazioni SSB terrestri, con cui abbiamo appuntamento quotidiano  ogni 13:30 UTC.
La loro voce compare in una sorta di inter-spazio sulla frequenza prestabilita, in mezzo ad un suono metallico che si dilata, restringe e di nuovo allarga come fosse una comunicazione interstellare.
E' vero che ormai ci sarebbero i telefoni satellitari, ma fare questa esperienza con un collegamento Internet o telefonico avrebbe avuto un sapore completamente diverso.
La radio a onde corte invece è speciale: è riservata, non è prepotente, è selettiva e solo chi apprezza l'essenziale può comprenderne il fascino. Anche se non è scontato riuscire a collegarsi e anche se è difficile distinguere le voci, la SSB permette di dialogare con tutto il mondo solo grazie alla propagazione e alle macchie solari.  C'è una netiquette tra i possessori delle stazioni SSB marine e terrestri, questi ultimi seguono i naviganti dandogli supporto da terra e le informazioni che ci si scambiano sono solo relative alla posizione di latitudine e longitudine, alle previsione meteo e ad un piccolo conforto, naturale nel sapere che da terra qualcuno ti segue.
In questo momento per mare  oltre a Gyziana, c'è Dilemma di Massimo, che da solo si appresta ad attraversare Panama e Carlo alle San Blas. A terra Danilo, Angelo, Luigi e Laguna tutti esperti navigatori, che hanno più volte solcato gli oceani e continuano anche da terra a navigare dando supporto alle barche in transito.
A questa radio è legato anche un Pactor, una sorta di modem, che ci consente, sebbene con molta fatica, di inviare dei brevi messaggi a chi da terra con un pò di preoccupazione ci segue e a cui dedico questi scritti, perchè il desiderio più grande è portare tutti, sani e salvi, con me dall'altra parte dell'Oceano.


domenica 19 gennaio 2020

La traversata atlantica: il tempo dei saluti

Gran Canaria per noi è soprattutto il Pantalan L del muelle deportivo, le palme che costeggiano calle Joaquine Blanco Torrent e l'andirivieni dai tavolini del Sailor's  Bar di Peppino, protettore di tutti i naviganti.
Qui si incrociano le rotte più disparate, i sogni e le delusioni di tutti personaggi ancora in cerca di isole sconosciute.
Davanti ad una decina di birre ci sono gli autostoppisti del mare, giovanissimi, chiassosi, capelli rasta, chitarra e nemmeno l'ombra di una cerata. Hanno tutti voglia di avventura, dicono di saper aiutare o promettono di imparare in fretta e sicuramente sarà così, ma dopo aver vomitato, durante i primi cinque giorni almeno, tutto l'alchool shakerato dalle onde.
Sorseggiando prosecco ci sono gli skypper di professione, che indossano solo abbigliamento tecnico e se ne stanno attorniati da gruppetti di 2-5 borghesi di mezz'età che brindano all'impresa di essere riusciti miracolosamente a ritagliarsi un mese per attraversare l'Oceano con l'ARC. Il loro telefono squilla ancora ma ormai chiudono velocemente ogni relazione,  innamorati come sono del loro tempo liberato e del loro skypper.
Al bancone o nei posti più defilati bevono caffè  i marinai perduti, quelli che hanno perso la barca o che non sono riusciti mai ad attrezzarne una, quelli che hanno finito i soldi e i denti e si arrabattano come possono. Hanno scelto Las Palmas per curarsi le ferite, perchè è accogliente, non ha  pregiudizi e anche se dovesse capitargli di dormire nei cartoni, non è mai fredda.
Al tavolo centrale, quello senza correnti d'aria, davanti al piatto del giorno e a un buon Ribera, si collocano quei pochi pensionati che hanno preferito il Nord a Mas Palomas, per godersi al sole la piccola rendita esentasse.
Il sabato sera, davanti a pizza e patatine, si riuniscono le famiglie che hanno girato il mondo e che una volta arrivato il tempo della scuola per i bimbi, hanno scelto questo porto grande, bello, sicuro ed economico per fare casa.
A colazione la mattina, trovi chi ha scelto di fermarsi qui per ricominciare la sua vita. C'è Giuseppe che ha aperto una veleria, Florance che insegna francese e scrive romanzi di denuncia, Myke che ripara  gli impianti elettrici delle barche, Philippe l'unico, prezioso e ricercato maestro d'ascia di tutto il Muelle deportivo,  che ha costruito ex novo il secondo bagno di Gyziana. E poi c'è il mitico e indispensabile tedesco di bianco vestito che ha messo su un parco macchine, per affittarle abusivamente, e una lavanderia in barca, abusiva anche quella e che adesso è in trattative per cedere barca e azienda, per andare a coronare il suo sogno d’amore a Cuba.
Non è raro trovare a cena, quando c'è la paella di marisco, i viaggiatori senza meta che fanno tappa qui prima di intraprendere il loro lungo viaggio per mare.  A volte stanno cercando sè stessi, altre volte fuggono da un sè. Comunque già molta della loro inquietudine sono riusciti a lasciarsela dietro ben protetta dentro lo stretto di Gibilterra.
Io credo di essere finita per errore in quest'ultima categoria, quella degli inquieti di passaggio in cerca di un sè che sempre più mi sfugge e sempre più si confonde con questo mare immenso.
Ed ora che ne sono diventata più consapevole non posso che fare come loro e mollare gli attaccamenti, affondare la paura dell'ignoto, realizzare che non sono indispensabile per nessuno, tirare un sospiro di sollievo per questo e lasciarmi trasportare dall'Oceano, come farebbe un anziano in punto di morte: un cenno di sorriso alle persone amate, prima di chiudere gli occhi e con serenità andare incontro al sole.

PS: quando possibile, metteremo la posizione su www.winlink.org Per trovarci clicca su: posizioni e nello spazio "find" in alto a sinistra sulla cartina geografica metti il nominativo: IU7LVU. Sotto la nostra posizione ci saranno anche dei brevi messaggi.