domenica 1 novembre 2020

Una chiaccherata con Valentina e Alfredo


Questa volta, invece di un racconto postiamo una simpatica intervista che ci ha fatto Giampaolo, un nostro amico velista, sul suo canale youtube "Sailing italian style". Buona visione:

https://youtu.be/-BceWNHYWWg



giovedì 27 agosto 2020

Au Revoir!


Non credevo che un abbraccio vietato  potesse generare poesia.

Istintivamente ci si slancia l'uno verso l'altro ma ci si deve  trattenere. Per incanto però ci si riesce a toccare senza sfiorarsi e la partenza non può mettere più distanze tra  noi.

E' stato più o meno così salutare Giorgio e Gisella e dare la poppa alla Martinica.

Sei volte la luna piena si è riflessa sul loro sassofono e sulle acque dell'isola e con altrettanti rintocchi ha scandito il tempo ed illuminato una via, mentre il mondo nella notte dormiva sonni agitati.

Martinica sarebbe stata solo una spiaggia bianca contornata di palme e fiori, vista tante volte nelle cartoline. Ma è accaduto che il mondo si sia stretto su se stesso chiudendosi in angusti confini, proteggendosi non più da bestie feroci o da eserciti in guerra, né da uomini in fuga dalla fame, ma da microscopici e mortali virus.

In mezzo ai confini chiusi siamo rimasti noi, a dondolare attaccati ad un'ancora, pronti a fuggire dagli uragani.

Eppure ho viaggiato di più percorrendo a nuoto una sola baia che unendo le miglia di navigazione per arrivare fin qui attraversando un Oceano. 

Ho scoperto ogni giorno un nuovo mondo tra le pieghe di uno scoglio. 


Ho imparato a respirare con la bocca, prendere molto fiato e trattenerlo dimenticandomi della necessità dell'aria, per restare più a lungo possibile nel mondo di sotto.

Sono servite sei lune per vedere fino in fondo quanta bellezza e pace si possono nascondere sotto i nostri piedi e capire quanto siano importanti e fragili.

Distratti da tanti falsi bisogni e confusi tra urla di paura e rabbia non ci accorgiamo che il paradiso è intorno a noi.

Io l'ho riconosciuto nelle stelline blu-fluorescenti delle damigelle di mare, nei piumaggi dei lion fish,  negli occhioni dolci dei pesci rossi, nell'eleganza delle murene, nell'incanto di un enorme pesce palla nascosto tra le rocce e nella sinuosità dei serpenti di mare.

Poi anche loro hanno iniziato a fidarsi di noi, a nuotarci intorno senza paura e improvvisamente sono diventati migliaia e ci hanno mostrato tutti i loro sfavillanti colori.


Si sono accesi i pois dei pesci balestra, il blu elettrico  dei pesci trombetta, si sono avvicinate enormi tartarughe e sono arrivati a deporre le uova i variopinti pesci pappagallo.

Nel silenzio del loro mondo, fatto di anemoni e coralli, si è finalmente sciolto il chiasso del mio.

E tutto questo non l'avrei visto, perchè stavo già andando via per cercarlo altrove!

Ho capito che la bellezza è ovunque, ma è più facile ucciderla che notarla. 

Quante volte l'abbiamo divorata in un all you can eat, o  fotografata come trofeo di caccia, intrappolata in un selfie, consumata e dimenticata come un giocattolo usato.

Perchè ci affanniamo a rincorrere i tempi della giungla di auto, dell'aria avvelenata, degli assordanti insulti e parole aggressive diffuse via cavo, via etere, blutooth o WiFi?

Perchè tutta questa fretta?! 


Allora quasi quasi mi fermo ancora un po' da queste parti a respirare aria con la bocca, perchè non so ancora se è più difficile affrontare un uragano o le vorticose illusioni di una cultura bulimica e arrabbiata che, come tutti, mi porto dentro.

I due amici alati


Senza rendercene conto scivoliamo dentro una zona caratterizzata da un vento sempre più debole, incostante e che ruota in modo preoccupante verso i quadranti Sud. Ogni tanto arrivano dei groppi che dovrebbero anticipare una "Tropical Wave", che per ora si limita a lambirci, regalandoci qualche folata di vento e qualche goccia d'acqua dolce.

Ce ne è uno però che ha preoccupato molto la coppia di uccelli bianchi con la coda lunga e sottile che traversa insieme a noi da Capo Verde. Si tratta di un fronte piuttosto esteso e, sebbene non si vedano fulmini, c'è una grossa massa d'acqua che precipita in mare: la vediamo alla nostra dritta. Gli uccelli temono di bagnarsi il piumaggio con tutta quell'acqua e di avere difficoltà nel tenere la loro rotta. Nell'aria si sente forte odore di pioggia, le nuvole nere ci hanno quasi raggiunto e la coppia di volatili si separa: uno dei due rimane in alta quota, l'altro scende verso di noi. Vola intorno alla barca svariate volte tentando l'atterraggio da prua. Tenta la manovra varie volte e sembra stia per riuscirci, ma alla fine capiamo che le sue sono solo prove e non si poserà almeno che non ce ne sia una vera necessità. Per il momento raggiunge il suo compagno e continuano a volarci vicino, pronti a usarci come zattera di salvataggio se le cose si mettono male. Purtroppo per noi, che li avremmo voluti conoscere più da vicino, e per fortuna per loro, che invece dall'uomo preferiscono tenersi alla larga, la pioggia non è mai arrivata. Si è esaurita a mezzo miglio dalla Gyziana e quando il groppo ci è passato sopra erano rimaste poche gocce sporadiche.

Passato il pericolo i volatili si allontanano di nuovo e noi ritorniamo ad arrancare senza vento. Ogni tanto si alzano 8 miseri nodi che cerchiamo di sfruttare con una farfalla le cui ali sono lo Yankee e la staysail. Ma è davvero dura. Dopo una notte e un giorno passati a galleggiare su un mare ritornato olio, arrivano buone notizie da  un messaggio di Danilo via pactor: "La Tropical wave è sempre stata avanti a voi e ora pare essersi esaurita davanti a Porto Rico. Siete riusciti ad evitarla. Presto dovreste ritornare ad avere Aliseo costante".

Ed infatti già a metà notte un po' di aria si alza, finchè in mattinata, con un cielo di uovo spettacolare di un azzurro intenso frastagliato da piccole nuvole arricciate, ritorniamo a essere spinti dal vento portante. 


I nostri amici piumati si avvicinano ancora una volta come a volerci salutare, prima di riprendere rotta verso i Caraibi. Ormai mancano solo 130 miglia, forse non li incontreremo più prima di atterrare, ma è stato un vero onore fare il viaggio con questi due animali forti e coraggiosi. Li salutiamo come fossero nostri grandi amici e uno dei due plana sull'acqua molto vicino a Gyziana prima di scomparire all'orizzonte.

Alla via così amici e tanto tanto buon vento per i vostri incredibili voli.

Lasciamo Capoverde


Forti della prima esperienza oceanica, tutto sommato tranquilla, riprendiamo il mare in pantalocini e canottiera senza cerate e senza apprensione. L'uscita dall'isola di San Vincenzo è tranquilla, il vento allegro ed energico, ma il mare  calmo, perchè le montagne ci fanno da ridosso. Anche questa volta ci scortano allegri banchi di delfini che saltano acrobaticamente davanti alla prua di Gyziana. Insomma sembra una festa, una scampagnata fuori porta.... finchè non arriviamo in mare aperto dove ci aspettano onde nervose e disordinate che ci fanno soffrire il mal di mare e rendono ancora una volta la vita di bordo molto difficile.

Finché  un giorno sentiamo nell'aria  qualcosa di diverso: fa finalmente caldo! Pensiamo bene allora di approfittarne e allestire una sala bagno sulla coperta di poppa e dopo circa cinque giorni finalmente ci regaliamo una doccia!

Ci divertiamo da morire, buttandoci sopra secchiate di acqua salata, tra maldestri tentativi di mantenere l'equilibrio su una superficie convessa e resa viscida dal sapone ed esilaranti scivolate.

Incredibile quanta felicità si possa celare in una semplice doccia! Non è solo un momento estremamente piacevole ma ci lava da dosso definitivamente il mal di mare. Eppure le onde non sono diminuite, tutt'altro. Il mare è andato gradualmente formandosi sempre di più. Adesso dalla nostra poppa ci inseguono dei monumenti d'acqua di cinque sei metri che, come colline azzurre, talvolta superano in altezza i pannelli solari. La maggior parte di queste montagne oceaniche nemmeno ci schizza, perchè si insinua sotto la chiglia di Gyziana portandosela in spalla come farebbe un giovane papà con la sua figlioletta. Quando siamo in cima al gigante buono, dominiamo tutto l'orizzonte schiumoso. Poi iniza la discesa con rincorsa: la barca surfa sul crinale e precipita a tutta velocità nell'incavo tra l'onda che va e l'onda che viene.

Restiamo giù una decina di secondi buoni, durante i quali l'universo si deforma come fosse plastico e si avviluppa su se stesso occludendoci lo sguardo sull'orizzonte: abbiamo mare intorno e sopra di noi, nobile e vivo, vicino e fluido e non possiamo vedere altro. Se ci fosse un'altra barca a pochi metri di distanza, anch'essa nell'incavo dell'onda non la potremmo vedere, figuriamoci un uomo a mare. Andiamo su e giù su queste montagne russe per altri quattro giorni almeno, cercando di non finirci dentro.

Un'altra cosa che cambia andando a Ovest sono i colori. Se prima il mare era uniformemente scuro,


ora per un gioco di nubi, sole e onde si colora per chiazze molto vaste di un azzurro elettrico, come se un faro lo illuminasse da dentro. Sono striature di bluette acceso che contrasta con il nero schiumoso di tanto in tanto macchiato di verde smeraldo quando la cresta dell'onda si arrotola.

Ogni tanto abbiamo degli ospiti con noi. I primi sono una coppia di trampolieri, che tentano l'atterraggio sui pannelli solari per riposarsi, ma perchè ci riescano dobbiamo aiutarli bloccando l'eolico. Anche una rondinella si riposa sul ponte ed infine ci sorvolano due uccelli bianchi mai visti prima, con un piumaggio candido, una coda lunga e sottile, un becco grande e giallo, che ci ricorda quello dei pappagalli. Loro non atterrano ma li rivediamo anche i giorni seguenti, finchè un'ultima volta non ne ritorna uno solo. Ci auguriamo che l'altro sia solo più indietro.

Ci seguono anche albatros solitari a pesca, eppure ormai abbiamo percorso già 800 miglia e la terra per loro dovrebbe essere lontana. ma lo spettacolo più bello ce lo regalano i pesci volanti, ribattezzati fatine del mare. Ce ne sono a migliaia, grigio celesti con le ali sberluccicanti di argento. Saltano fuori dagli abissi ora in gruppo ora sole, volando anche decine di metri prima di rituffarsi in mare. Talvolta, soprattutto di notte, si spiaggiano sulla coperta della barca. Quando ce ne accorgiamo riusciamo ad acchiapparli nonostante sguiscino e si dimenino, e a ributtarli in acqua a volte però li troviamo già morti e comunque li restituiamo al mare.

Qualche volta il sole dipinge dei quadri all'alba e al tramonto e quando succede restiamo in contemplazione finchè l'ultima sfumatura non si dissolve come un mandala di sabbia. 

Se di spettacoli dobbiamo parlare, il mio preferito rimane la notte. Mi sono scelta il turno dalle 3 alle 5:30 perchè a quell'ora le stelle che preferisco sono basse all'orizzonte e mi fanno da bussola. La più bella è Sirio (almeno credo), una grande stella a metà tra la Cintura d'Orione e il Cane Minore. Ce l'ho proprio di fronte, è luminosissima e fa tre lampi di luce: uno bianco, uno rosso ed uno blu. Seguendo quei colori ritmati inizio a navigare in un fluido di luce buia, puntiforme, vuota e viva in cui tutto sembra interconnesso. Non mi è difficile allora immaginare le persone care nel loro letto che dormono, mentre vengono inondate da questi raggi ed insieme a loro tutto il mondo e i suoi abitanti conosciuti e sconosciuti, visibili e invisibili.


Preferisco i giorni di stelle, ma anche la luna è stata una dolce compagnia. L'ho avuta allo Zenit quando era piena, poi via via più giù alle mie spalle, perchè tardava sempre più nel sorgere. Non la potevo vedere  ma la sua luce fredda era come energia pura che mi pioveva sopra e che tutto rendeva magico e vibrante.

Finchè una notte al cambio di turno tra me e Alfredo, mentre gli passavo le consegne, questo Universo perfetto di pace e luce non è stato squarciato, come se un fulmine scagliato da Giove contro Nettuno stesse annunciando una guerra tra gli Dei di sopra e gli Dei di sotto. Alfredo, che guardava dalla parte opposta alla mia,  ha avuto un fremito di paura nel vedere quella saetta. Ma lui ne poteva vedere solo il riflesso sull'acqua. Io - che guardavo a Sud -ne sono rimasta folgorata. Per fortuna non era l'annuncio di una terribile tempesta ma un'enorme meteora distaccatasi da chissà quale mondo e consumatasi in raggi verdi, azzurri e viola al contatto con la nostra atmosfera. E con lei nel cuore per oggi vi saluto e vado a dormire.

domenica 26 aprile 2020

E se avessero ragione i Mandinga?

Dopo tanti giorni chiusi nel nostro guscio in balia delle onde  ci  prepariamo a mettere finalmente i piedi a terra!
Da circa un giorno e mezzo,  prima dell'ora prevista di arrivo a Capo Verde,  il Capitano e il Conte si esercitano in problemi matematici per evitare l'atterraggio notturno.
Avvicinandoci all'isola, però, il vento cala. Proviamo a recuperare con il motore, ma è tardi e inesorabilmente il sole tramonta dietro l'alta montagna brulla dell'isola di Sant'Antonio, lasciandoci in piena oscurità, proprio nel canale tra questa e l'isola di San Vincenzo.
Per tutto il pomeriggio avevamo studiato il portolano per prepararci all'atterraggio a Mindelo, traducendolo dall'inglese senza dizionario e, sebbene a fatica, avevamo colto l'essenza di uno scenario non proprio rassicurante.
Nel Canale ci dobbiamo aspettare che il vento arrivi a duplicare o anche a triplicare la sua intensità e così ammainiamo le vele.
L'ingresso della baia dovrebbe essere diviso a metà da un grosso scoglio segnalato da un faro e in effetti è la prima cosa che vediamo.
Dopo di ché il portolano parla di innumerevoli relitti disseminati un po' ovunque a pelo d'acqua o appena sotto la sua superficie non segnalati oppure indicati con semplici boe, invisibili di notte.
Possiamo fare affidamento solo sui 10 decimi di Emilio a prua, su un faro auto-costruito da Alfredo quando si è reso conto di aver clamorosamente sbagliato i calcoli per un atterraggio diurno e su uno spicchio di luna al suo sesto giorno.
Procediamo con molta cautela verso la città e verso quello che crediamo essere il porto, ma arrivati di fronte a questo ci accorgiamo di tre navi in manovra.
Ad Emilio sembra che le prime due siano addirittura l'una al rimorchio dell'altra.
Fermiamo la barca, aspettando che manovrino prima loro e cerchiamo di ragionare sulle loro luci bianche, rosse e verdi per tracciarne le direzioni, in modo da non essere  di intralcio.
Ma una volta fermi paradossalmente anche quelle si fermano.
Facciamo così la scoperta che a Capo Verde si è soliti utilizzare le luci di via, come luci di fonda. Restiamo un altro pò ad osservarle e ad avanzare ipotesi, ma poi riusciamo a distinguere anche la catena dell'ancora e ci dobbiamo arrendere all'evidenza: sono tre navi decisamente ferme nel bel mezzo della baia.
Che siano questi i relitti?
Riprendiamo a muoverci con estrema cautela e con grande apprensione verso quelle che in lontananza ci sembrano le luci di fonda di altre barche a vela, illuminando ogni ombra sospetta in mezzo all'acqua nera, fino a quando, finalmente, non guadagniamo un nostro fazzoletto, piuttosto decentrato e lontano dalla terra ferma, per dare fondo.
Alfredo vuole che vada io all'ancora perchè dice di fidarsi solo di me e ne sono ovviamente molto orgogliosa, tanto che mi tengo ben stretto questo ruolo, assediato dai bonari tentativi di Emilio di usurparlo.
Agguantiamo al primo colpo, con sfrizionamento senza salti del verricello e senza arare; il mio piede non ha dubbi: fondale di sabbia e fango, ottimo tenitore!
Appena spento il motore qualcuno sale dalla dinette con quattro birre ghiacciate per brindare all'impresa, mentre dalla città di Mindelo il caldo vento africano ci porta una potente musica di tamburi e percussioni un richiamo ancestrale a perdersi  in un continente a noi ancora del tutto sconosciuto.
Scendiamo a terra solo il giorno dopo, con una calma e lentezza insolite, la verità è che non ci va di lasciare l'Oceano e il nostro guscio con i suoi ritmi protetti.
Indugiamo nel limbo di una palafitta galleggiante su cui è allestito un punto di ristoro, per due ore buone e lentamente tra un caffè e l'altro ci riconnettiamo con il mondo.
Siamo davvero esitanti ad andare per strada, ma quando lo facciamo l'Africa ricomincia a battere le sue percussioni.
Non riusciamo a capire da dove provenga quel ritmo tribale e ancestrale, che ci arriva  solo a tratti e da direzioni opposte.
Il vento porta il cuore dell'Africa a rimbalzare contro un muro di una casa coloniale e noi prendiamo quella direzione, ma poi sbatte su un murales  nella direzione opposta e ci spiazza ancora e ancora.
Questo suono ci ha ormai risucchiato, come nel gioco di Jumangj e non possiamo fare altro che seguirlo rimbalzando anche noi da un muro all'altro, fino ad incrociare finalmente la sua fonte: i Mandinga, la popolazione dell'Africa nera portata, in questo arcipelago, con la forza e l'inganno, dai colonizzatori portoghesi.
I Capoverdiani hanno la pelle mulatta, i loro lineamenti sono morbidi, il portamento sensuale, lo sguardo  è malinconico e quando gli parli si apre nel più dolce dei sorrisi appena un pò imbarazzato.
I Mandinga invece sono nerissimi, vestono tribale, con gonne di paglia a petto nudo, ballano divinamente sventolando all'aria dei grossi bastoni.
Ma quando siamo in mezzo a questo fiume umano che ci trascina nella danza, ci accorgiamo che la loro pelle è così nera per un carbone con cui si cospargono e con cui ci cospargono, in una sorta di rito di iniziazione.
Non capiamo se festeggiano una ricorrenza o se manifestano per la rivendicazione delle loro origini africane,  del loro sangue indomito che cerca di non cedere alle lusinghe della Saudade portoghese.
Eppure quel cedere ha creato la musica di Cesaria Evola o di Joan Umberto, che è cantata dal vivo nei rari piccoli locali notturni di Mindelo.
La improvvisa alla chitarra Alvaro seducendoci con gli occhi mentre pasteggiamo con il vino locale. La suona un giradischi nel locale fumoso di Caterina, che ci prepara con meravigliosa lentezza verdure e "queso di terra alla plancia", mentre chiacchiera con gli altri tre avventori, amici o abituè.
Ed infine si mescola con ritmi più afro nel locale Jazz aperto solo il sabato sera: un bancone, due tavoli fuori e due dentro, fumo denso di sigaro. Un uomo canta accopagnato da una chitarra pizzicata, dalla finestra in alto qualcuno intercala con un tamburo, e nella sala si unisce, improvvisando, una seconda percussione.
Una giovane donna dalla pelle di velluto e dal portamento regale, inizia a ballare, mentre un signore suona le maracas, sorseggiando Grogue. Lei è praticamente ferma e sono solo le sue curve sinuose che si dimenano al punto che il ritmo  non sai più se proviene dalle maracas o da lei che riempie di sè la stanza come una brasiliana un carro di carnevale.
E anche per questo  Mindelo ricorda il Brasile e noi ci siamo capitati proprio nel periodo in cui ci si prepara al Carnevale.
Ogni quartiere dal pomeriggio fino a sera tardi si allena con le danze e i tamburi, sostenendo un ritmo frenetico per ore senza sosta.
Quando finalmente riusciamo a intrufolarci in uno dei luoghi dove suonano iniziamo a ballare anche noi, perché il ritmo è irresistibilmente coinvolgente, ma il nostro fiato è corto e il nostro corpo si muove a scatti.
Ti rendi conto istantaneamente che NON appartieni alla razza superiore. Lo capisci anche dall'età di questo popolo giovane e pieno di energia.
Gli anziani sono pochi mentre pullulano i bambini e i ragazzini.
In un villaggio sul mare nella parte sud di San Vincenzo, per esempio, i bimbi scorrazzano a frotte in piazza, giocando liberi insieme agli animali. I giovani stanno intorno a robuste barche di legno, costruite con meticolosa fattura e ogni tanto le spingono dalla spiaggia al mare. Ci vogliono una ventina di loro, per quanto sono pesanti. Le usano per la pesca o per accompagnare qualche raro turista a vedere le tartarughe. Non sono in competizione fra loro. L'unico che conosce l'inglese parla con i possibili clienti e poi a turno esce una delle tante barche e tutti aiutano nel suo trasporto.
All'ombra di alcuni alberi giganti ci sono due donne che vendono acqua nelle taniche e altre che le portano nelle loro case tenendole in equilibrio sulla testa.
Nessuno ha un cellulare e non si vedono antenne di televisione.
Il resto dell'isola è terra rossa, arsa dal sole, desertica per la mancanza di pioggia, montagne di roccia e dune di sabbia bianca sferzate dal vento verso un mare dai colori violenti, chiari e cristallini a riva e blu cobalto verso l'orizzonte schiumoso.
Il cuore dell'isola, però, ci riserva una sorpresa: la lunga strada fatta di san pietrini che da Mindelo porta a Bahia, scorre accanto ad una valle stretta e lunga, che un tempo era il letto di un fiume, ora prosciugato.
Ma l'acqua dolce non è scomparsa del tutto: si è solo ritirata nel sottosuolo.
Lo capiamo dai piccoli mulini che azionano le pompe dei pozzi.
Lungo quella valle sorgono numerose masserie. Alcune sono veri e propri manieri coloniali,  altre piccole fattorie, ognuna con il suo pozzo e mulino, con il suo recinto per il ricovero degli animali, soprattutto capre e pollame; ma c'è anche qualche mucca piuttosto smagrita, ma tutti rigorosamente liberi e privi di catene.
Le case sono circondate da palme e alberi da frutto e ciascuna è dentro un recinto alto che protegge anche i grossi e rigogliosi orti.
Da qui il passo per chiedere e fare la scoperta del mercato dei locali è breve e fare la cambusa nelle sue bancarelle, ognuna appartenente ad una di queste masserie, in una piazza defilata di Mindelo, è una vera esperienza.
Ci accompagna Griselda una donna italo argentina che ha un piccolo B&B, con cui abbiamo fatto amicizia fin dalla prima sera.
Ci suggerisce le bancarelle migliori e ci aiuta a contrattare i prezzi, e tranquillizza la polizia che continuava a scortarci, nostro malgrado.
Dopo un'intera mattinata abbiamo una cambusa di fresco colorata e ricca dei profumi della terra di San Vincenzo.
Adesso che la stiamo consumando tra le onde alte dell'Oceano ci ricorda l'infanzia, quando anche le nostre patate profumavano di terra, i peperoni avevano un gusto intenso e l'insalata era scrocchiante e gustosa, anche se dovevi condividerla con bruchi e altri piccoli animali.
Sì c'è "miseria" in questo arcipelago africano; nei villaggi non c'è l'acqua corrente. Non c'è lavoro e la manodopera è così economica che è risultato più conveniente costruire una strada coi san pietrini che acquistare una betumiera, ma davvero non lo so chi tra noi e loro è più povero!

E'stato scritto e vissuto tra l'1 e il 10 febbraio 2020

domenica 22 marzo 2020

A volte c'è fine anche al peggio

A causa del vento e delle onde, il nostro mondo è diventato improvvisamente instabile e difficile da gestire.
Anche camminare ora è un’impresa! Niente è più come prima e forse questa diventerà la nostra normalità, e per chissà quanto tempo.
Non abbiamo ancora preso il piede marino e siamo straniti, flemmatici e naturalmente nervosi, chiusi in 60 metri quadrati di territorio oscillante, come una centrifuga di lavatrice!
Senza essere ancora usciti in pozzetto, a parte Alfredo che è al timone,  arriva l’ora di preparare il pranzo.
Tocca ad Emilio, che distrattamente mi chiede: “Che pasta faccio oggi?”.
Ed io che già non ne posso più di mangiare pasta a pranzo e a cena, per di più preparata con la pentola a pressione, gli chiedo, con accattivante gentilezza:  “Perché non fai un’insalata di riso?”.
Lui, più per educazione, che per reale convinzione, e soprattutto senza sapere esattamente come si faccia un'insalata di riso, si mette a lavoro.
Dopo pochi minuti apre l’oblò per gettare in mare le bucce delle carote ed un’onda irrompe nella cucina allagando tutto. Sento che borbotta e forse lancia qualche imprecazione, mentre inizia ad asciugare il paiolato.
Mi dispiace vederlo in difficoltà e vado ad aiutarlo. E per fortuna perché un barattolo di plastica, pieno del condimento della cena precedente, salta dal nulla, cade a terra e implode, inzuppando tutto di sugo unto e verdure.
Ricominciamo a pulire  tutto di nuovo.
Nel frattempo mi ricordo che ci vogliono le uova sode e gli passo un pentolino  con quattro uova da bollire, mentre lui apre l’armadietto dello scatolame, da cui ruzzolano giù capperi e carciofini sott’olio.
Questa volta siamo fortunati, nonostante siano di vetro, non si rompono.
In compenso succede che mentre io sono a quattro zampe per raccoglierli e pulire gli ultimi residui di sugo, Emilio viene travolto da una profonda sfiducia nella cucina basculante:  immagina scenari apocalittici, in cui l’acqua bollente delle uova mi si riversa addosso ustionandomi e così, travolto da questi pensieri, la toglie dal fuoco e colloca il pentolino  su un piano fisso.
Niente di più sbagliato su una barca che dondola!
Quello prende la rincorsa, alla prima onda,  e sta per precipitare rovinosamente su di me, mentre la pentola a pressione, dentro cui bolle il riso, soffia all’impazzata; fortunatamente Emilio evita il peggio: riesce ad afferrarlo al volo e a sbatterlo con tutte le uova ancora mezze crude nel lavello, urlando esausto:
Io volevo fare la pastaaaaaaa!!!!!”.
Incasso il colpo e per calmarlo mi offro di continuare io in cucina, tanto ormai è quasi tutto pronto. Ma penso male: perché sul più bello, mi accorgo che è finito l'olio. Veramente è sparita tutta la bottiglia.
Emilio allora mi confida che l’olio in effetti è finito ma, cosa ben peggiore, Adriano ha gettato via tutta la bottiglia, con quel comodissimo erogatore, che ci piaceva tanto. Mi rendo conto che la rabbia è contagiosa e che ormai mi ha assalito, mentre vado a prendere la tanica dell’olio, senza sapere ancora dove poterlo travasare.
Ma è proprio vero che non c’è fine al peggio: scopro che la lattina dell’olio è sporca di gasolio e che tutta la sentina è piena di carburante! Chiamo allarmata Alfredo che corre a controllare come mai il gasolio sia finito lì, mentre Emilio lo sostituisce al timone.
Io me ne torno in cucina, urtando da tutte le parti, con la lattina dell’olio in braccio e in quel momento  passa Adriano, e scarico tutta le tensione su di lui, rimproverandolo: “Ed ora dove lo travasiamo l’olio?”.
Lui allora mi propone di accorpare due bottiglie d’aceto in una e ricavarne un vuoto. Lo faccio, ma il tappo non è di quelli che si svita. Intanto ad ogni onda rischia di cadere qualcosa d'altro o peggio l’intero pranzo.
Adriano ormai è diventato il capro espiatorio del mio nervosismo che raggiunge l’apice quando mi taglio con il tappo dell’aceto, da lui adattato, a suon di coltello, per farlo diventare un improbabile contenitore dell’olio!
A questo punto perde le staffe anche lui, dicendo, che in fondo ha solo gettato via un vuoto e quanto a me, non è stata la  bottiglia a tagliarmi ma la mia stessa rabbia. 
Tutti accorrono aspettando preoccupati la mia reazione. Anche io l’aspetto, ma stranamente non arriva.
Ha proprio ragione lui:  vedo la mia rabbia, è rossa e calda come il filo di sangue che mi sgorga dal dito. 
E proprio perché la vedo non esplode, ma scorre via libera e mi lascia in sospensione, in uno stato di grazia e di stupore.
Ciò che esplode invece è la nostra fame nel vedere l'insalata di riso condita  con uova e maionese che, nonostante tutto il trambusto durante la sua preparazione, sembra buonissima e così andiamo in pozzetto a mangiarla, dimenticandoci  del gasolio in sentina, della bottiglia dell'olio, della pasta e persino dell'insopportabile rollio della barca. 
Fuori c'è finalmente aria fresca, si rolla meno, si respira il mare e si possono guardare le onde, alte sì ma dolci, costanti, benefiche, e ogni tensione si dissolve finalmente tra gli schizzi caldi dell'Oceano, che ci fanno ridere e riprendere dai malumori.
E così, come ogni  avventura che si rispetti, anche questa può finire davanti ad una tavola imbandita.


domenica 15 marzo 2020

La distrazione nascosta

Il vento forte è arrivato di notte senza preavviso, come un Re che rientra dalla guerra nel suo castello, con cavalleria al seguito, sapendo che  tutti, per editto, devono  essere pronti al suo ingresso in qualsiasi momento avvenga.
In pochi secondi, io, il Conte e il Capitano, armati di cerata, giubbotto autogonfiabile e cintura di sicurezza, ci ritroviamo al proprio posto di combattimento: io al timone e alle scotte dello yankee, e loro sul ponte per disarcionare il tangone imbizzarrito.
Arriva subito anche Adriano, ma lui è anarchico e insubordinato. Vorrebbe raggiungere gli altri sul ponte a piedi scalzi, senza cintura, né giubbotto, ma viene bloccato dall'urlo del Comandante.
Come tutti gli anarchici, ha la testa dura e non ritorna in pozzetto, come gli è stato chiesto,  ma se ne sta lì seduto a mezza nave, con l'aria a metà tra lo stralunato e l'offeso, finché non gli chiedo  per favore un aiuto a cazzare una scotta.
Siamo decisamente troppo invelati per sostenere il vento e così il Conte e il Capitano, armano Gyziana con la sola tormentina e spengono definitivamente il timone automatico, che da solo non ce la fa a sostenere la spinta delle onde sempre più alte.

Iniziano le notti insonni soprattutto per Alfredo che soffre come se a sbattere fosse la sua testa contro un muro e non la vela della barca a causa delle nostre distoniche manovre al timone.
Non so per quale strano caso del destino, quella che doma più agevolmente la ruota del timone sono io. 
Emilio - che poi diventerà il migliore - se la cava, ma per ora ragiona troppo e basa le sue correzioni sul senso della vista, che di notte viene quasi completamente meno.
Adriano, invece, ha la mano molto pesante, essendo abituato al timone a barra della sua barca e ai volanti dei Tir, che pilotava in Islanda.
Il nostro  Capitano, ormai senza sonno da due giorni, privato persino del riposino pomeridiano, mi chiede disperato di aiutarlo e di provare a insegnare ad Adriano il mio modo di timonare.
Ma come faccio a insegnare questa cosa ad un navigatore esperto e un po' permaloso, che ha già attraversato l'Oceano, soprattutto considerando che nemmeno io la comprendo fino in fondo, facendola per lo più d'istinto!?!
Ma come fare a dire di no al Comandante in difficoltà? 
Così inizio ad osservarmi.
Per prima cosa mi accorgo che non guardo le onde, anche perché mi fanno paura. 
Guardo invece un punto fisso davanti: il sole, una stella, lo spicchio di luna o, se proprio va male, l'ago rosso della bussola magnetica.
L'onda che sopraggiunge ora da poppa, ora dal giardinetto, anche se non la vedo, non mi sorprende, perché sento, sulla ruota, l'anticipo dello scossone che darà al timone e lo riesco a correggere quando ancora è semplice farlo, giusto un attimo prima che diventi troppo duro.
Anche il rollio della barca mi aiuta, in quanto è armonico rispetto al timone, come una danza: quando la barca si piega a destra io fletto il ginocchio sinistro e spingo automaticamente  il timone nello stesso verso e viceversa, quando il moto oscillatorio è dall'altra parte, sempre con movimenti leggeri, continui e sincronici.
Però ci sono gli errori. 
A volte questo flusso naturale non funziona e me ne vado al vento o troppo vicino alla stramba; in ogni caso faccio sbattere le vele.
Eppure non è l'onda del mare che mi sorprende! 
Allora cos'è?
Continuo ad osservare e alla fine riesco a stanare il motivo: è la distrazione nascosta.
Proprio perché i movimenti sono automatici, come un'abitudine, la mente è libera di andarsene a briglia sciolta sulla corrente di pensieri che arrivano e se ne vanno, generalmente senza dare problemi.
Ma qualcuno di questi di tanto in tanto, mi aggancia e mi trascina. Questo è il punto di distrazione: l'onda mentale che mi porta all'orza o alla stramba e che non mi fa più essere padrona della rotta.
I pensieri in sé sono come le onde del mare arrivano e se ne vanno in modo naturale verso l'orizzonte liberi, vuoti, né buoni né cattivi. Alcuni però catturano l'attenzione, creano mondi che non esistono, mi coinvolgono in una preoccupazione oppure in un ricordo.
Per non fare errori, quindi, basta  liberarli subito, riconoscendone la natura di onda, che così come viene se ne va.
Ed in effetti funziona! Se sono presente a me stessa e con la mente rilassata, la barca tiene rotta, con facilità.
L'ho spiegato più o meno così ai miei compagni di viaggio, che mi hanno guardato un po' straniti e anche un po' dall'alto in basso. 
Credo che  abbiano preso in considerazione solo  l'analogia con la danza, per il resto strabuzzavano gli occhi.
Tuttavia da quel pomeriggio, senza un motivo dichiarato, o forse perché ciascuno poi durante il suo turno ha trovato il proprio punto di non distrazione, il Capitano è tornato a dormire e fare sogni tranquilli e noi tutti siamo riusciti finalmente a tenere rotta che è una bellezza.
E per  fortuna che ci siamo allenati così per un mese intero di traversata atlantica, perché ora che siamo arrivati dall'altra parte dell'Oceano, questo esercizio ci torna utile e possiamo ripeterlo costantemente per non farci affondare da onde ben più alte e pericolose, che dalla Cina all'Italia si stanno frangendo rovinosamente su tutte le terre emerse del pianeta.
A tutti i naviganti: puntate una stella e con concentrazione tenete rotta senza farvi catturare dalle onde ma lasciatele fluire libere verso l'orizzonte!