domenica 22 marzo 2020

A volte c'è fine anche al peggio

A causa del vento e delle onde, il nostro mondo è diventato improvvisamente instabile e difficile da gestire.
Anche camminare ora è un’impresa! Niente è più come prima e forse questa diventerà la nostra normalità, e per chissà quanto tempo.
Non abbiamo ancora preso il piede marino e siamo straniti, flemmatici e naturalmente nervosi, chiusi in 60 metri quadrati di territorio oscillante, come una centrifuga di lavatrice!
Senza essere ancora usciti in pozzetto, a parte Alfredo che è al timone,  arriva l’ora di preparare il pranzo.
Tocca ad Emilio, che distrattamente mi chiede: “Che pasta faccio oggi?”.
Ed io che già non ne posso più di mangiare pasta a pranzo e a cena, per di più preparata con la pentola a pressione, gli chiedo, con accattivante gentilezza:  “Perché non fai un’insalata di riso?”.
Lui, più per educazione, che per reale convinzione, e soprattutto senza sapere esattamente come si faccia un'insalata di riso, si mette a lavoro.
Dopo pochi minuti apre l’oblò per gettare in mare le bucce delle carote ed un’onda irrompe nella cucina allagando tutto. Sento che borbotta e forse lancia qualche imprecazione, mentre inizia ad asciugare il paiolato.
Mi dispiace vederlo in difficoltà e vado ad aiutarlo. E per fortuna perché un barattolo di plastica, pieno del condimento della cena precedente, salta dal nulla, cade a terra e implode, inzuppando tutto di sugo unto e verdure.
Ricominciamo a pulire  tutto di nuovo.
Nel frattempo mi ricordo che ci vogliono le uova sode e gli passo un pentolino  con quattro uova da bollire, mentre lui apre l’armadietto dello scatolame, da cui ruzzolano giù capperi e carciofini sott’olio.
Questa volta siamo fortunati, nonostante siano di vetro, non si rompono.
In compenso succede che mentre io sono a quattro zampe per raccoglierli e pulire gli ultimi residui di sugo, Emilio viene travolto da una profonda sfiducia nella cucina basculante:  immagina scenari apocalittici, in cui l’acqua bollente delle uova mi si riversa addosso ustionandomi e così, travolto da questi pensieri, la toglie dal fuoco e colloca il pentolino  su un piano fisso.
Niente di più sbagliato su una barca che dondola!
Quello prende la rincorsa, alla prima onda,  e sta per precipitare rovinosamente su di me, mentre la pentola a pressione, dentro cui bolle il riso, soffia all’impazzata; fortunatamente Emilio evita il peggio: riesce ad afferrarlo al volo e a sbatterlo con tutte le uova ancora mezze crude nel lavello, urlando esausto:
Io volevo fare la pastaaaaaaa!!!!!”.
Incasso il colpo e per calmarlo mi offro di continuare io in cucina, tanto ormai è quasi tutto pronto. Ma penso male: perché sul più bello, mi accorgo che è finito l'olio. Veramente è sparita tutta la bottiglia.
Emilio allora mi confida che l’olio in effetti è finito ma, cosa ben peggiore, Adriano ha gettato via tutta la bottiglia, con quel comodissimo erogatore, che ci piaceva tanto. Mi rendo conto che la rabbia è contagiosa e che ormai mi ha assalito, mentre vado a prendere la tanica dell’olio, senza sapere ancora dove poterlo travasare.
Ma è proprio vero che non c’è fine al peggio: scopro che la lattina dell’olio è sporca di gasolio e che tutta la sentina è piena di carburante! Chiamo allarmata Alfredo che corre a controllare come mai il gasolio sia finito lì, mentre Emilio lo sostituisce al timone.
Io me ne torno in cucina, urtando da tutte le parti, con la lattina dell’olio in braccio e in quel momento  passa Adriano, e scarico tutta le tensione su di lui, rimproverandolo: “Ed ora dove lo travasiamo l’olio?”.
Lui allora mi propone di accorpare due bottiglie d’aceto in una e ricavarne un vuoto. Lo faccio, ma il tappo non è di quelli che si svita. Intanto ad ogni onda rischia di cadere qualcosa d'altro o peggio l’intero pranzo.
Adriano ormai è diventato il capro espiatorio del mio nervosismo che raggiunge l’apice quando mi taglio con il tappo dell’aceto, da lui adattato, a suon di coltello, per farlo diventare un improbabile contenitore dell’olio!
A questo punto perde le staffe anche lui, dicendo, che in fondo ha solo gettato via un vuoto e quanto a me, non è stata la  bottiglia a tagliarmi ma la mia stessa rabbia. 
Tutti accorrono aspettando preoccupati la mia reazione. Anche io l’aspetto, ma stranamente non arriva.
Ha proprio ragione lui:  vedo la mia rabbia, è rossa e calda come il filo di sangue che mi sgorga dal dito. 
E proprio perché la vedo non esplode, ma scorre via libera e mi lascia in sospensione, in uno stato di grazia e di stupore.
Ciò che esplode invece è la nostra fame nel vedere l'insalata di riso condita  con uova e maionese che, nonostante tutto il trambusto durante la sua preparazione, sembra buonissima e così andiamo in pozzetto a mangiarla, dimenticandoci  del gasolio in sentina, della bottiglia dell'olio, della pasta e persino dell'insopportabile rollio della barca. 
Fuori c'è finalmente aria fresca, si rolla meno, si respira il mare e si possono guardare le onde, alte sì ma dolci, costanti, benefiche, e ogni tensione si dissolve finalmente tra gli schizzi caldi dell'Oceano, che ci fanno ridere e riprendere dai malumori.
E così, come ogni  avventura che si rispetti, anche questa può finire davanti ad una tavola imbandita.


domenica 15 marzo 2020

La distrazione nascosta

Il vento forte è arrivato di notte senza preavviso, come un Re che rientra dalla guerra nel suo castello, con cavalleria al seguito, sapendo che  tutti, per editto, devono  essere pronti al suo ingresso in qualsiasi momento avvenga.
In pochi secondi, io, il Conte e il Capitano, armati di cerata, giubbotto autogonfiabile e cintura di sicurezza, ci ritroviamo al proprio posto di combattimento: io al timone e alle scotte dello yankee, e loro sul ponte per disarcionare il tangone imbizzarrito.
Arriva subito anche Adriano, ma lui è anarchico e insubordinato. Vorrebbe raggiungere gli altri sul ponte a piedi scalzi, senza cintura, né giubbotto, ma viene bloccato dall'urlo del Comandante.
Come tutti gli anarchici, ha la testa dura e non ritorna in pozzetto, come gli è stato chiesto,  ma se ne sta lì seduto a mezza nave, con l'aria a metà tra lo stralunato e l'offeso, finché non gli chiedo  per favore un aiuto a cazzare una scotta.
Siamo decisamente troppo invelati per sostenere il vento e così il Conte e il Capitano, armano Gyziana con la sola tormentina e spengono definitivamente il timone automatico, che da solo non ce la fa a sostenere la spinta delle onde sempre più alte.

Iniziano le notti insonni soprattutto per Alfredo che soffre come se a sbattere fosse la sua testa contro un muro e non la vela della barca a causa delle nostre distoniche manovre al timone.
Non so per quale strano caso del destino, quella che doma più agevolmente la ruota del timone sono io. 
Emilio - che poi diventerà il migliore - se la cava, ma per ora ragiona troppo e basa le sue correzioni sul senso della vista, che di notte viene quasi completamente meno.
Adriano, invece, ha la mano molto pesante, essendo abituato al timone a barra della sua barca e ai volanti dei Tir, che pilotava in Islanda.
Il nostro  Capitano, ormai senza sonno da due giorni, privato persino del riposino pomeridiano, mi chiede disperato di aiutarlo e di provare a insegnare ad Adriano il mio modo di timonare.
Ma come faccio a insegnare questa cosa ad un navigatore esperto e un po' permaloso, che ha già attraversato l'Oceano, soprattutto considerando che nemmeno io la comprendo fino in fondo, facendola per lo più d'istinto!?!
Ma come fare a dire di no al Comandante in difficoltà? 
Così inizio ad osservarmi.
Per prima cosa mi accorgo che non guardo le onde, anche perché mi fanno paura. 
Guardo invece un punto fisso davanti: il sole, una stella, lo spicchio di luna o, se proprio va male, l'ago rosso della bussola magnetica.
L'onda che sopraggiunge ora da poppa, ora dal giardinetto, anche se non la vedo, non mi sorprende, perché sento, sulla ruota, l'anticipo dello scossone che darà al timone e lo riesco a correggere quando ancora è semplice farlo, giusto un attimo prima che diventi troppo duro.
Anche il rollio della barca mi aiuta, in quanto è armonico rispetto al timone, come una danza: quando la barca si piega a destra io fletto il ginocchio sinistro e spingo automaticamente  il timone nello stesso verso e viceversa, quando il moto oscillatorio è dall'altra parte, sempre con movimenti leggeri, continui e sincronici.
Però ci sono gli errori. 
A volte questo flusso naturale non funziona e me ne vado al vento o troppo vicino alla stramba; in ogni caso faccio sbattere le vele.
Eppure non è l'onda del mare che mi sorprende! 
Allora cos'è?
Continuo ad osservare e alla fine riesco a stanare il motivo: è la distrazione nascosta.
Proprio perché i movimenti sono automatici, come un'abitudine, la mente è libera di andarsene a briglia sciolta sulla corrente di pensieri che arrivano e se ne vanno, generalmente senza dare problemi.
Ma qualcuno di questi di tanto in tanto, mi aggancia e mi trascina. Questo è il punto di distrazione: l'onda mentale che mi porta all'orza o alla stramba e che non mi fa più essere padrona della rotta.
I pensieri in sé sono come le onde del mare arrivano e se ne vanno in modo naturale verso l'orizzonte liberi, vuoti, né buoni né cattivi. Alcuni però catturano l'attenzione, creano mondi che non esistono, mi coinvolgono in una preoccupazione oppure in un ricordo.
Per non fare errori, quindi, basta  liberarli subito, riconoscendone la natura di onda, che così come viene se ne va.
Ed in effetti funziona! Se sono presente a me stessa e con la mente rilassata, la barca tiene rotta, con facilità.
L'ho spiegato più o meno così ai miei compagni di viaggio, che mi hanno guardato un po' straniti e anche un po' dall'alto in basso. 
Credo che  abbiano preso in considerazione solo  l'analogia con la danza, per il resto strabuzzavano gli occhi.
Tuttavia da quel pomeriggio, senza un motivo dichiarato, o forse perché ciascuno poi durante il suo turno ha trovato il proprio punto di non distrazione, il Capitano è tornato a dormire e fare sogni tranquilli e noi tutti siamo riusciti finalmente a tenere rotta che è una bellezza.
E per  fortuna che ci siamo allenati così per un mese intero di traversata atlantica, perché ora che siamo arrivati dall'altra parte dell'Oceano, questo esercizio ci torna utile e possiamo ripeterlo costantemente per non farci affondare da onde ben più alte e pericolose, che dalla Cina all'Italia si stanno frangendo rovinosamente su tutte le terre emerse del pianeta.
A tutti i naviganti: puntate una stella e con concentrazione tenete rotta senza farvi catturare dalle onde ma lasciatele fluire libere verso l'orizzonte!

domenica 1 marzo 2020

Il Corona.....mento di un sogno.


Soffrendo un pò per un'improvvisa mancanza di vento, iniziamo lentamente l'avvicinamento a Martinica.
Dopo giorni e giorni di completo isolamento  a notte quasi fatta, nell'ora in cui è difficle distinguere anche un oggetto a pochi metri di distanza, incrociamo un'enorme petroliera. E' palesemente in rotta di collisione con noi. La precedenza è nostra, in quanto navighiamo a vela, e manteniamo rotta in modo che i suoi ufficiali possano studiare senza fatica le nostre manovre, ma allo stesso tempo la teniamo d'occhio, nel caso in cui non ci abbiano visto. La nave si avvicina e non accenna a manovrare e per noi, che siamo tangonati, una virata dell'ultimo momento non sarebbe fattibile o comunque non sarebbe indolore e così Alfredo contatta al VHF la petroliera, dopo averla individuata con l'AIS e chiede al suo capitano se ci avesse visto.
Con accento tedesco, un'aria un pò annoiata, dall'alto del suo ponte di comando, ma prontamente, il Capitano ci tranquillizza, dicendoci che ci sarebbe passato a dritta e immediatamente rallenta e manovra. E' stato emozionante scambiarci queste poche parole e ricevere le attenzioni di questo gigante metallico; in fondo è il primo essere umano con cui parliamo dopo quasi venti giorni per mare.
E un giorno nell'Oceano non è fatto di ventiquattro ore: è un eterno presente dilatato che assorbe in sè tutto il nostro vissuto e tutto il futuro.
Il tempo qui in mezzo alle onde ha un respiro lungo, sottile, senza differenze percepibili tra ispiro ed espiro, senza strappi nè tensioni.
Potremmo approdare a terra e trovare tutto cambiato e non sarebbe strano, ma anzi coerente con la nostra storia.
Tra l'altro le poche notizie che ci arrivano con il contagocce via pactor, oltre a quelle di una burrasca tropicale o "tropical wave", che ci gira intorno, per ora senza colpirci, sono brevi frasi sul Coronavirus.
Capiamo che i nostri connazionali stanno passando un brutto momento, ma non riusciamo a comprendere se sia una bolla mediatica o qualcosa di veramente serio.
Ci ricorda una commedia dell'assurdo di Ionescu, il "Gioco dell'epidemia", che io e Alfredo abbiamo interpretato tempo fa a teatro: una malattia infettiva incurabile sterminava la popolazione di un'intera città.
Entriamo con il pensiero in questo teatro dell'assurdo e ci immaginiamo un approdo nelle baie tropicali con barche fantasma, i cui nocchieri giacciono morti ancora abbracciati al loro timone.
Questa dilatazione dello spazio-tempo, l'assenza di vento, il caldo, la stanchezza di un'intera traversata oceanica, il poco sonno dovuto ai turni di notte e alle onde alte fino a sei metri, distorcono un pò le nostre percezioni.
Se però non indugiamo nelle fantasie vuote di improbabili scenari apocalittici, ma le lasciamo scivolare con le nostre stesse risate, questo sentire fuori da un tempo ed uno spazio ordinari, unito alla presenza mentale richiesta da Gyziana, diventa una percezione totalizzante piena di benessere e di amore per il creato che ci circonda e che è stato veramente gentile con noi.
Le tensioni che a volte sorgono, anche in modo impetuoso tra noi, si liberano facilmente in questo spazio caratterizzato talvolta da una via dorata di sole, tal'altra da piccoli pesci volanti che sembrano folletti di una foresta blu, oppure da uno spicchio di luna o dai raggi magici di Venere o di Sirio.
La Natura e la sua magia assorbono la nostra mente e qualsiasi pensiero o emozione non ha alcuna presa per aderire e scivola via, come gocce di mare asciugate dal sole tropicale.
In questo stato di grazia trascorre l'ultima notte nell'Altantico.
Al proprio risveglio, seppure in tempi diversi, ciascuno di noi trova davanti a se l'isola dolce e sinuosa della Martinica.
Si sono rotte le acque del nostro sogno che si appresta a nascere  e il mio pensiero, per associazione, corre veloce ad un essere speciale che mi è cara anche se ancora non è di questo mondo, ma che si appresta ad entrarvi come noi ad atterrare.
E mentre lo penso,  un messaggio, tramite pactor, parte da Bologna ed anche se lo leggerò qualche ora dopo, ci annuncia la nascita di Emma, che grazie a questo Universo dilatato e interconnesso, ho potuto chiaramente percepire.
Altro che morte da Coronavirus! Sorge la vita e contemporaneamente si accendono i colori smeraldo delle coste tropicali, dove con facilità ci ancoriamo e anche noi rinasciamo tuffandoci nelle acque calde e trasparenti della baia di Sant'Anna, poco prima che un tramonto rosso fuoco, ancora più caldo dei nostri cuori emozionati, incendi l'orizzonte dietro il maestoso faraglione del Diamante.
Amici miei, prendete la via dell'oceano anche voi! Basta spegnere le televisioni, allentare la morsa della tecnologia e dei social e stare di più nella Natura, il mondo è ancora un luogo meraviglioso in cui nascere o rinascere!

PS: noi vi aspettiamo sempre!

domenica 9 febbraio 2020

Notte di Luna nuova e l'arte della pazienza

Forse mi  sbagliavo sulla sincerità del sole.
E' quando la luce smette di offuscare le cose, che la vita si manifesta nella sua vera natura!
L'astro del giorno è tramontato già da tempo e stanno svanendo anche le luci di Gran Canaria. Ora dobbiamo combattere con quelle di due enormi petroliere, entrambe in rotta raggiungente: una da dritta e l'altra da sinistra. Scopro che la  miopia fa a botte con le luci verdi e questo mi genera non poca tensione, perchè non capisco se le navi si avvicinano o si allontanano, finchè non passano entrambe da poppa, così vicine da distinguerne chiaramente il profilo.
Finalmente la navigazione si stabilizza nel buio totale e inizia il mio turno ....non vedevo l'ora di stare sola e me ne vado a prua per scrutare meglio l'orizzonte.
Il mare è così calmo da non distinguersi dal cielo.
La prua apre una remora sberluccicante di placton. Il cielo è un mantello di stelle e alcune si specchiano sull'Oceano dandogli profondità.
Non mi sembra più di navigare, ma di fluttuare nella notte scura.
Canto in silenzio e con me canta la Luna Nera, mentre un distillato di stelle piove come nettare di purezza sul nostro guscio.
Improvvisamente  grosse scie luminose che fendono il mare come code di drago, mi fanno sobbalzare il cuore in gola dalla paura: sfiorano Gyziana e sibilano come frecce incandescenti, prima di guizzare fuori dall'Oceano e mostrarne l'Anima.
Sono salti acrobatici di "spiriti" delfini. Ne posso distinguere chiaramente il profilo rivestito di plancton iridescente.
Fanno strada saltando sotto la prua della barca, per ore, per quasi tutta la notte , introducendoci  uno ad uno, nel regno dell'abissale mare nero, pulsante di vita.
Continuo a cantare con le stelle, anche in sogno, confondendomi nel vuoto tra loro, presente e assente allo stesso tempo, rapita dalla magia di questa notte e felice di farne parte.

......

Finito l'ultimo turno alle otto del mattino, ci svegliamo tutti. Anche il sole fa ingresso da Est, prepotente nello scacciare la notte e magnifico da farcela dimenticare in fretta.
Il vento è ancora appena un alitare, eppure sarebbe dovuto montare appena fuori il cono dell'isola.
Comunque  sia, il Capitano decide che si deve fare senza motore e la pace che il suo ordine regala è indescrivibile.
Adriano, reduce dall'ultimo turno, si gode il  sole nascente che gli riscalda il viso; io e Alfredo abbiamo armato lo Yeenky, un grosso Genoa, e iniziamo a tangonarlo con un tubo di alluminio tre volte più lungo di me.
Entra in scena Emilio, soprannominato il Conte Zoster, perchè la sua voglia di vivere questa esperienza è così radicata in lui, che nemmeno il così detto "Fuoco di Sant'Antonio", il famigerato Herpes Zoster, l'ha fermato.
Il Conte e il Capitano si sono trovati immediatamente, nella comune passione delle barche d'epoca: complicate, ma con un'anima e iniziano a praticare l'arte della vela uniti come padre e figlio.
Dopo aver ultimato con il tangone, ingarrocciano la Stay Sail (una vela più piccola) nello strallo dell'albero di maestra ma il vento è troppo debole e per di più viene da poppa e si accorgono presto che la vela è inadatta.
Ricominciano. Ammainano la vela con pazienza e iniziano la manovra per liberare il cala vele dall'ingombro del tender. Io aiuto Adriano a piegarla e a rimetterla nella sua sacca, giusto in tempo perchè loro tornino ed inizino ad armare la Carbonera.
E' una vela enorme che va inferita nella parte posteriore dell'albero di Trinchetto. E' talmente grande che bisogna smontare le volanti. Ci mettono un pò, ma sistemano anche quelle. Io un pò scrivo un pò aiuto se serve. Adriano credo sia andato a riposare.
Quando finalmente la Carbonera si gonfia, Gyziana ha un sussulto e inizia ad andare.
I loro occhi brillano come gli sbarluccichi del sole ormai alto sul mare, e insieme continuano a cazzare e mollare le scotte, con diligenza e pazienza, finchè le due vele non sono perfettamente equilibrate.
Alfredo è così orgoglioso della sua Gyziana, che non riesce a nasconderlo, nemmeno durante il collegamento con le stazioni SSB terrestri, con cui abbiamo appuntamento quotidiano  ogni 13:30 UTC.
La loro voce compare in una sorta di inter-spazio sulla frequenza prestabilita, in mezzo ad un suono metallico che si dilata, restringe e di nuovo allarga come fosse una comunicazione interstellare.
E' vero che ormai ci sarebbero i telefoni satellitari, ma fare questa esperienza con un collegamento Internet o telefonico avrebbe avuto un sapore completamente diverso.
La radio a onde corte invece è speciale: è riservata, non è prepotente, è selettiva e solo chi apprezza l'essenziale può comprenderne il fascino. Anche se non è scontato riuscire a collegarsi e anche se è difficile distinguere le voci, la SSB permette di dialogare con tutto il mondo solo grazie alla propagazione e alle macchie solari.  C'è una netiquette tra i possessori delle stazioni SSB marine e terrestri, questi ultimi seguono i naviganti dandogli supporto da terra e le informazioni che ci si scambiano sono solo relative alla posizione di latitudine e longitudine, alle previsione meteo e ad un piccolo conforto, naturale nel sapere che da terra qualcuno ti segue.
In questo momento per mare  oltre a Gyziana, c'è Dilemma di Massimo, che da solo si appresta ad attraversare Panama e Carlo alle San Blas. A terra Danilo, Angelo, Luigi e Laguna tutti esperti navigatori, che hanno più volte solcato gli oceani e continuano anche da terra a navigare dando supporto alle barche in transito.
A questa radio è legato anche un Pactor, una sorta di modem, che ci consente, sebbene con molta fatica, di inviare dei brevi messaggi a chi da terra con un pò di preoccupazione ci segue e a cui dedico questi scritti, perchè il desiderio più grande è portare tutti, sani e salvi, con me dall'altra parte dell'Oceano.


domenica 19 gennaio 2020

La traversata atlantica: il tempo dei saluti

Gran Canaria per noi è soprattutto il Pantalan L del muelle deportivo, le palme che costeggiano calle Joaquine Blanco Torrent e l'andirivieni dai tavolini del Sailor's  Bar di Peppino, protettore di tutti i naviganti.
Qui si incrociano le rotte più disparate, i sogni e le delusioni di tutti personaggi ancora in cerca di isole sconosciute.
Davanti ad una decina di birre ci sono gli autostoppisti del mare, giovanissimi, chiassosi, capelli rasta, chitarra e nemmeno l'ombra di una cerata. Hanno tutti voglia di avventura, dicono di saper aiutare o promettono di imparare in fretta e sicuramente sarà così, ma dopo aver vomitato, durante i primi cinque giorni almeno, tutto l'alchool shakerato dalle onde.
Sorseggiando prosecco ci sono gli skypper di professione, che indossano solo abbigliamento tecnico e se ne stanno attorniati da gruppetti di 2-5 borghesi di mezz'età che brindano all'impresa di essere riusciti miracolosamente a ritagliarsi un mese per attraversare l'Oceano con l'ARC. Il loro telefono squilla ancora ma ormai chiudono velocemente ogni relazione,  innamorati come sono del loro tempo liberato e del loro skypper.
Al bancone o nei posti più defilati bevono caffè  i marinai perduti, quelli che hanno perso la barca o che non sono riusciti mai ad attrezzarne una, quelli che hanno finito i soldi e i denti e si arrabattano come possono. Hanno scelto Las Palmas per curarsi le ferite, perchè è accogliente, non ha  pregiudizi e anche se dovesse capitargli di dormire nei cartoni, non è mai fredda.
Al tavolo centrale, quello senza correnti d'aria, davanti al piatto del giorno e a un buon Ribera, si collocano quei pochi pensionati che hanno preferito il Nord a Mas Palomas, per godersi al sole la piccola rendita esentasse.
Il sabato sera, davanti a pizza e patatine, si riuniscono le famiglie che hanno girato il mondo e che una volta arrivato il tempo della scuola per i bimbi, hanno scelto questo porto grande, bello, sicuro ed economico per fare casa.
A colazione la mattina, trovi chi ha scelto di fermarsi qui per ricominciare la sua vita. C'è Giuseppe che ha aperto una veleria, Florance che insegna francese e scrive romanzi di denuncia, Myke che ripara  gli impianti elettrici delle barche, Philippe l'unico, prezioso e ricercato maestro d'ascia di tutto il Muelle deportivo,  che ha costruito ex novo il secondo bagno di Gyziana. E poi c'è il mitico e indispensabile tedesco di bianco vestito che ha messo su un parco macchine, per affittarle abusivamente, e una lavanderia in barca, abusiva anche quella e che adesso è in trattative per cedere barca e azienda, per andare a coronare il suo sogno d’amore a Cuba.
Non è raro trovare a cena, quando c'è la paella di marisco, i viaggiatori senza meta che fanno tappa qui prima di intraprendere il loro lungo viaggio per mare.  A volte stanno cercando sè stessi, altre volte fuggono da un sè. Comunque già molta della loro inquietudine sono riusciti a lasciarsela dietro ben protetta dentro lo stretto di Gibilterra.
Io credo di essere finita per errore in quest'ultima categoria, quella degli inquieti di passaggio in cerca di un sè che sempre più mi sfugge e sempre più si confonde con questo mare immenso.
Ed ora che ne sono diventata più consapevole non posso che fare come loro e mollare gli attaccamenti, affondare la paura dell'ignoto, realizzare che non sono indispensabile per nessuno, tirare un sospiro di sollievo per questo e lasciarmi trasportare dall'Oceano, come farebbe un anziano in punto di morte: un cenno di sorriso alle persone amate, prima di chiudere gli occhi e con serenità andare incontro al sole.

PS: quando possibile, metteremo la posizione su www.winlink.org Per trovarci clicca su: posizioni e nello spazio "find" in alto a sinistra sulla cartina geografica metti il nominativo: IU7LVU. Sotto la nostra posizione ci saranno anche dei brevi messaggi.

lunedì 18 novembre 2019

Tenerife dantesca

E' da molto tempo che siamo ormeggiati a Garachico, al centro del mandala costituito dalle isole Canarie, sotto le pendici del Teide, il grande vulcano di Tenerife.
Questo piccolo e unico porto in tutta la parte Nord dell'isola è un posto magico.
Ci sono solo le barche canarie di residenti che vivono da queste parti e di pochi sparuti navigatori, come noi, che arrivano qui attratti dalla pace e tranquillità del posto.
Chi lavora con i charter non si avvicina nemmeno a Tenerife Nord, perché non potrebbe uscire giornalmente con i turisti. 
Il porto, infatti, è esposto al vento prevalente, difeso contro le onde oceaniche da una muraglia di 15 metri e da un'opera geniale di ingegneria, costituita da un ingresso quasi a spirale, che lo protegge anche dalla risacca.
Fortunatamente il turismo mordi e fuggi, mangia e sputa, arriva e distruggi  non ha tempo da perdere per aspettare il tempo giusto o per cercare i ridossi un pò nascosti. 
 Il mare è possente!Sopra di noi la montagna è lussureggiante di vegetazione.
Per fare il bagno ci sono delle piscine naturali, che il mare da solo ha scavato tra le rocce e che l'uomo ha collegato tra loro, in modo intelligente.
Ogni tanto si addensano le nubi di umidità, che scendono dalla montagna, innaffiano la foresta e vanno via spazzate dal vento, lasciando dietro di sé arcobaleni meravigliosi. Non ne ho mai visti tanti come a Tenerife. Archi completi e così vicini che sembra che ci puoi passare la mano attraverso.
Per arrivare in paese  dal porto c'è una strada pedonale, che costeggia l'oceano e dove la mattina all'alba ho preso l'abitudine di camminare fino al paese successivo.
Le case sono tutte antiche, in pietra e con portoni e balconi di legno stile coloniale.
Il centro è una piazza parco, con un chiostro dove la domenica c'è un mercatino delle verdure,  e qualche artista di strada che suona la chitarra. Qui i bambini giocano da soli fino a sera con giochi costruiti con le loro mani e poi ad un'ora prestabilita cominciano a rientrare ognuno nella sua casa senza che nessuno li chiami.
I paesi e le cittadine intorno sono tutte così, uno più bello dell'altro, una più autentica dell'altra. 
Volendo fare un po' di strada, in barca o in auto, si può arrivare a Punta Teno o ad una baia segreta più a Nord. 
E quando le raggiungi, arrivi in paradiso. 
Prima della punta il vento che viene da terra solleva l'acqua, la polverizza in arcobaleni salati ed è così potente che riesce a scarrocciare anche la nostra barca di 20 tonnellate. Poi all'improvviso il nulla, bonaccia totale ed un mare verde cristallino, spiaggette incastonate tra le rocce  a picco sul mare, acqua inspiegabilmente calda e tramonti mozza fiato. Abbiamo anche fatto rada e dormito con la luna piena, con i cieli stellati e con le grida delle berte in calore.
Per noi e i nostri ospiti, Tenerife è stata sempre e solo questo, fino a quando Alfredo e Romina, non ci hanno chiesto di andare un giorno ad Adeje a sud per salutare alcuni amici. Lì c'è anche l'ultimo centro di Namkhai Norbu che volevo visitare da tempo e fiduciosi partiamo verso Sud, l'area più turistica, che fino ad ora avevamo evitato.
Prima di Adeje la mia personale immagine dell'inferno, era uno studio legale di Milano che si occupa di alta finanza. Ma almeno per stare lì  ti pagano profumatamente!
Arriviamo al porto, unico posto da cui vedi una piccola parte di orizzonte occluso, per il resto, da osceni condomini ad alveare e risaliamo per cercare gli amici. Il primo lavora  nel pontile delle moto ad acqua, ciambelloni e altri giochi acquatici. Siamo contenti per lui, perché l'attività è florida, ma il posto in cui sta non ci piace per nulla. Il secondo invece lavora come cameriere in un ristorante i cui tavolini sono all'aperto, ma interrati vista parcheggio. Non solo il panorama è sugli alveari, ma non c'è aria. Lui stesso è pallido e stravolto dalla stanchezza e ci dice chiaramente che qui proprio non gli piace ma è l'unico posto in cui si lavora.
 Continuiamo a salire per i gironi infernali, che qui sono muniti di  scale mobili all'aperto, alla ricerca di un supermercato. Il primo girone ha solo patatine, snack dolci e salati e puzza di ketchup.
Il secondo solo hamburger, hot dog e patatine e puzza lo stesso di ketchup. Il terzo girone è quello delle paelle e dei gelati, ma puzza di ketchup anche questo. Che incubo.
Al quarto piano della montagna dantesca, siamo completamente storditi, vediamo solo insegne colorate, tavolini,  menù con le foto, beautyfarm, e moltissime farmacie e non riusciamo a scorgere nessun supermercato. Siamo costretti a chiedere ed è pazzesco, perchè era esattamente di fronte a noi, ma non riuscivamo a vederlo camuffato da tutto questo orrore! Siamo scappati via, pensando a come abbia potuto l'umanità, di cui facciamo parte, stuprare in gruppo un'isola così bella e giovane, ripetutamente, senza sosta, senza pietà e privarla di tutto: della bellezza, dello sguardo sul  mare, dell'anima.

Che tristezza infinita pensare che si fanno soldi distruggendo Paradisi per poi goderseli in vacanza all'Inferno!


E ripartiamo a vela  circumnavigando le montagne verdi del Nord, il Pico della Teide, le nostre baie segrete, i faraglioni della punta, riconoscendo dal mare ad uno ad uno i paesi che ci hanno ospitato, il centro Rigdzin sulle pendici del vulcano in cui sono stata tante volte a meditare come per restituire a Tenerife la sua bellezza perduta.
E mentre il vento gonfia le vele e gli occhi si riempiono di nuovo di orizzonte e di azzurro, il mio pensiero va a Luigi Russo che i paradisi li ha difesi lottando fino al giorno della sua morte. Mi sembra di vedere il suo volto in una nuvola e mentre lo saluto mi riprometto di continuare le sue battaglie, proteggendo sempre, anche con le spuntate armi di una matita, la fragile bellezza che ancora sopravvive intorno a noi.

Buon vento amico mio!


sabato 19 ottobre 2019

Quando il vento ti porta tra le stelle!

Vorremmo salpare verso La Palma.
- "Estas Locos"! Strabuzza gli occhi il pescatore di tonni.
E ha ragione! 
Appena usciti dal cono dell'isola c'è una forte accelerazione. Se l'Aliseo soffia costante a 20 nodi su tutto l'Atlantico, quando arriva in prossimità delle isole, si apre in due all'altezza delle loro montagne e raddoppia la sua velocità in ambo i lati. 
Inizialmente abbiamo pensato trattarsi di un fenomeno simile al vento catabatico, ben conosciuto in Grecia e in Albania. 
Ma le accelerazioni sono profondamente diverse. Intanto non sono rafficate, ma si tratta di un vento pieno e costante: la sua intensità varia dai 40 ai 30 nodi orari, man mano che ci si allontana dall'isola, e  la fascia interessata può essere anche di 15 o 20 miglia.
Tra Gomera e Palma dobbiamo attraversarne due di queste fasce e quindi bisogna mettere in conto che tutta la traversata è una zona di accelerazione. Per di più l'andatura è di bolina.
E così torniamo indietro quasi subito.
Un nostro amico, Alvaro, con una barca di soli 7 metri, ci prova il giorno dopo. Lui sembra un vero discendente dei Guanci, il popolo nativo delle Canarie, biondo, ma scuro di carnagione, zigomi alti, occhi verdi e dolci, sempre nudo. Naviga da solo e sta spesso con uno strumento in mano per aggiustare qualcosa.  Dopo tre ore torna indietro anche lui, con il Genoa sbrindellato dal vento. Il terzo giorno ci prova una goletta oceanica, ma anche loro tornano indietro.

Finché al quarto giorno, approfittando di un leggero calo dell'Aliseo e di una dritta del pescatore, che ci consiglia di circumnavigare l'isola fino a Nord e poi fare rotta da lì, partiamo noi, con il nostro schooner d'alluminio.

Siamo super equipaggiati: tutto in ordine e in sicurezza dalla sera prima, sopra le cerate abbiamo indossato i giubbotti autogonfiabili e ci muoviamo solo con le cinture di sicurezza.
E' meraviglioso: voliamo! Le onde che arrivano nel pozzetto ci elettrizzano senza spaventarci. Stiamo tagliando la spuma dell'oceano di bolina come degli Albatros, timonando a mano, come facevano i marinai di altri tempi.
E' così che ci vede un uomo che col suo furgone si arrampica sui tornanti di lava sopra Fuentecaliente a Sud di La Palma. Glielo leggiamo negli occhi, quando ci viene a salutare in porto, riconoscendo la barca.
Come sempre dopo queste botte di adrenalina, non avresti voglia di fare nulla, ma succede che ci prestano una macchina e ce ne andiamo girovagando nell'isola, puntando il Nord.

Man mano che saliamo di altezza, i paesi stile coloniale, con i bananeti e i loro manieri, lasciano il posto alle terrazze coltivate a vigneti e a case bellissime di pietra e coppi, che ricordano le antiche dimore di Othonoi.
Anche i villaggi che incontriamo hanno un sapore particolare, abbarbicati sull'Oceano con i colori accesi dell'ocra, verde, rossi e blu.
Nei tornanti ci capita di stare in fila dietro un vecchio furgone, fumante acre smog, con  a bordo tre mucche che soffrono il viaggio.
Poi finiscono anche le case isolate, l'aria rinfresca e la montagna si riveste di un bosco di pini giganti, che crescono intorno ai crateri dei vulcani spenti.
Dall'altra parte, nel versante Est, le montagne si velano di nubi di umidità che permettono alla foresta pluviale di rivestire ogni cosa.
Noi ci fermiamo nel punto più alto dell'isola, roccioso e brullo.
Qui in cima ci troviamo in una sorta di Area 51. E' pieno di cartelli che vietano l'ingresso, ma le sbarre sono aperte ed entriamo, mentre si fa già imbrunire.
Disseminati nel nulla e in un silenzio ovattato ci sono una decina di giganteschi telescopi astronomici, che iniziano ad aprirsi e ruotare. Due di questi sono i famosi MAGIC 1 e MAGIC 2: due enormi parabole che ascoltano l'universo captando raggi gamma e onde gravitazionali.
Il desiderio di guardare attraverso quei cannocchiali è irresistibile, per quanto anche vedere le stelle ad occhio nudo, da qui, nel buio totale della luna nuova, con la nebulosa della Via Lattea che mostra anche il suo secondo arco, è emozionante quasi come nuotarci dentro.
L'unico essere vivente su questa bellissima e silenziosa sfera azzurra, vista da questa prospettiva è la Terra stessa.
In armonia con la sua  Luna e gli altri pianeti, ruota attorno alla sua stella, in un unico lento procedere di tutta la Galassia.
L'umanità con i suoi conflitti semplicemente non esiste  a questi orizzonti, e quando la mente si allarga, svuotandosi, scopre la propria irrilevanza e tutto diventa straordinariamente leggero, semplice e immensamente profondo.



Dedicato alla prof. di astri e fantasia, la bella Mammoli!